Lavoro, il giusto prezzo
La riforma del mercato del lavoro che il governo porterà all’esame del Parlamento è quella illustrata dal premier Mario Monti e dal ministro del Lavoro, Elsa Fornero. I due giorni in più, si chiude domani, potranno al massimo portare a qualche limatura delle posizioni delle parti sociali, difficile che muovano l’esecutivo. La riforma del mercato del lavoro che uscirà dal Parlamento è altamente improbabile esca come vi è entrata. Qualche motivo di perplessità rispetto all’innegabile risultato ottenuto dal governo, c’è. Partiamo da due dati, uno politico e uno tecnico. Il dato politico: è paradossale ma è toccato al governo dei tecnici rompere con il consociativismo e stabilire che il Parlamento è sovrano e nessuno, tra le parti sociali, ha potere di veto. Il dato tecnico: ogni valutazione corretta dell’azione dell’esecutivo non può tenere staccate la riforma del mercato del lavoro da quella delle pensioni. E, possibilmente, dalla prossima riforma fiscale che, ci si augura, riesca a limitare la pressione fiscale su lavoratori e imprese.
Quanto alla riforma del mercato del lavoro è evidente sia il frutto di un bilanciamento tra due parti della vita lavorativa di una persona: l’entrata e l’uscita. Sulla prima lo sforzo è di dare più stabilità ai lavoratori precari. Il contratto a tempo indeterminato dovrà, per il governo essere quello predominante. Gli strumenti indicati per raggiungere questo obiettivo sono chiari, quello a termine costerà di più, l’utilizzo improprio delle partite Iva monocommittente viene duramente perseguito, gli stage post formazione non potranno essere più gratuiti. L’obiezione principale a questa costruzione l’ha messa in evidenza già Giuliano Cazzola: irrigidire la flessibilità in entrata può portare le aziende non ad assumere di più, ma a non assumere affatto (o in nero). Costume diffuso prima della legge Treu che introdusse le prime forme di flessibilità.
Il momento dell’uscita. E’ quello più delicato affrontato dalla riforma perchè tocca il tabù dell’articolo 18 e ha scatenato le reazioni più dure e le trattative più serrate. In particolare per i licenziamenti disciplinari anche se è la nuova regolazione sanzionatoria dei licenziamenti per motivi economici che desta qualche perplessità in più. Occorre, però, sottolineare una premessa indispensabile: quello che il governo ha riscritto non sono modi e motivi che consentono di licenziare ma solo i licenziamenti ritenuti illegittimi da un giudici. Solo quelli, ripetiamolo, illegittimi. Parlare di maggiore facilità di licenziamento non è, quindi, del tutto esatto se non in un caso, non minoritario. Vediamo il perché: per i licenziamenti dicriminatori nulla cambia. Per i licenziamenti disciplinari (giusta causa giustificato motivo soggettivo) l’unica differenza rispetto a oggi è che il giudice, ritenendo ingiusto il licenziamento, può decidere anche per un consistente indennizzo (27 mensilità) oltre che per il reintegro nei casi gravi come l’insussistenza dei motivi del licenziamento. Non cambia granchè, insomma, considerando l’orientamento prevalente nella giurisprudenza del lavoro. Il nodo, vero, semmai riguarda il licenziamento individuale per motivi economici: in questo caso esiste solo la possibilità di un indennizzo. E’ il cambio più radicale, anche se non muta la normativa che disciplina questo tipo di licenziamento (non più di 4 lavoratori altrimenti è collettivo, riorganizzazione aziendale, ecc…) Ma non va sottovalutato l’avviso della segretaria della Cgil, Susanna Camusso: l’imprenditore valuterà se gli conviene pagare, anche salato, e l’articolo 18 vedrà svanire il suo effetto deterrente. Ma soprattutto, avverte la Camusso: si moltiplicheranno le cause di lavoro e la conflittualità. Uno scenario che per qualsiasi azienda è ben peggiore delle manifestazioni di piazza.
E’ evidente che valutazioni precise potranno essere fatte solo a bocce ferme, vale a dire non solo con le norme al vaglio del parlamento ma anche dal complesso delle norme e dai dettagli attuativi. Tre, per concludere, sono possibili fin da ora: la prima è che questo nuovo mercato del lavoro assomiglia di più a quello dei nostri partner europei. Era meglio metterci mano in momenti di crescita ma l’Italia non poteva aspettare. Avendo imitato il modello tedesco meglio sarebbe stato adottarlo nel suo complesso: con la cogestione lavoratori-imprese. Senza trascurare che in Germania è il giudice a stabilire di che tipo di licenziamento si tratti. economico, disciplinare, discriminatorio… La seconda è cercare di prevedere cosa accadrà da qoggi a quando le nuove norme saranno legge: è presumibile che l’aumentato costo dei contratti a termine e i licenziamenti per motivi economici siano i due fronti sui quali si muoveranno partiti e parti sociali. Il terzo è il nuovo ruolo che spetterà a imprese e sindacati: evitare che le nuove norme siano il grimaldello per ridurre tutto a una gara al ribasso sul costo del lavoro. Precarizzare un cinquantenne, magari padre di figli precari, non aiuta l’economia. Finire a casa a 50 anni, con 27 mensilità di anzianità, e non opter andare in pensione fino a 70 anni, neppure. Ma non è questo che ha in mente il governo. Ed è per affrontare casi di questo tipo che la ricetta Monti-Fornero dovrà essere valutata – come ha chiesto con forza il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano -, tenendo insieme tutti gli interventi: welfare, pensioni, lavoro, fisco. La prova di tenuta è tutta qui: l’esito dirà quanto salato è il conto e se il prezzo è giusto.
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