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Tra il dire e il fare

Evidentemente in difficoltà nel coniugare i temi del presente, Matteo Renzi s’è rifugiato nel futuro. E l’ha fatto col più seducente degli argomenti: “Una riduzione delle tasse che non ha paragone nella storia repubblicana”. Vasto programma. Fin troppo facile evocare il Berlusconi del 2001 col famoso slogan “Meno tasse per tutti”. Il Cavaliere vinse così le elezioni, ma nei successivi cinque anni di governo la promessa rimase lettera morta. Tuttavia, continuò ad essere rilanciata ad intervalli regolari fino alla fine della legislatura e ancora lo scorso dicembre il leader di Forza Italia così riassumeva il suo futuribile programma di governo: “Primo punto: meno tasse. Secondo punto: meno tasse. Terzo punto: ancora meno tasse”. Ora, considerando che il livello totale della tassazione sulle imprese in Italia supera il 65% e che ben oltre il 50% si attesta la tassazione effettiva sui redditi, è chiaro che non c’è promessa più polare di quella che allude all’alleggerimento della pressione fiscale. Il problema è passare dalle parole ai fatti. E poiché nessuno c’è ancora riuscito vien da credere che quel che appare facile a dirsi non sia poi così facile a farsi. Le promesse renziane valgono circa 45 miliardi, tre punti di pil. Seppure le ultime previsioni di Bankitalia dovessero realizzarsi e dallo 0,7% attuale il prodotto interno lordo il prossimo anno dovesse ‘balzare’ all’1,5%, il governo Renzi non avrebbe risorse sufficienti per onorare l’impegno. Potrebbe allora metter mano drasticamente alla spesa pubblica, che continua inesorabilmente a salire. Ma se, con gran scorno dell’ex commissario alla “spending review” Carlo Cottarelli, fino ad oggi non c’è riuscito, non si capisce perché dovrebbe riuscirci domani. A Renzi non resterebbe allora che forzare i vincoli di bilancio imposti dall’Europa agli stati membri. Tentativo già fatto, ma che fino ad oggi s’è scontrato col drastico “niet” tedesco. Pur sperando che il coniglio fiscale balzi infine fuori dal cilindro del governo, dunque, la ragione oggi incoraggia al pessimismo. E tanto ottimista sulla situazione generale non dev’essere neanche Matteo Renzi, se ha sentito l’esigenza di avventurarsi su un terreno così immaginifico come quello fiscale. Dello stato gassoso del Pd sui territori abbiamo più volte scritto. E così anche dello spirito rissoso dei suoi dirigenti. L’elettorato di centrodestra non è stato sedotto dalle sirene renziane, quello grillino è ancora integro. Più il tempo passa e, come attesta il sondaggio di Antonio Noto che pubblichiamo oggi, più la fiducia degli italiani nei confronti del premier va scemando. Degno di particolar nota è il fatto che lo scetticismo colpisce ormai anche un elettore su due del Pd. Si capisce allora perché, dopo aver ribadito la caratura riformista del suo governo, Matteo Renzi abbia avvertito l’esigenza di annunciare come già pronto un piatto ancora tutto da cucinare. Il desco fiscale è stato apparecchiato, gli italiani invitati a sedersi. Ma, per ora, dalla cucina di palazzo Chigi si avverte solo il profumo dell’illusione. Col rischio grave di una conseguente, ulteriore, delusione.