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Indro Montanelli oggi sarebbe un apolide in patria

Caro Direttore, Il 22 luglio del 2001, moriva Indro Montanelli. So che lei l’ha conosciuto bene e ha scritto sul giornalista toscano di Fucecchio ben due libri. L’ultimo uscito, pochi mesi fa, s’intitola uno “Uno straniero in patria“: perché lei lo definisce così se tutti i biografi lo considerano il più italiano di tutti perché è stato il più grande testimone del Novecento? E cosa direbbe oggi Cilindro dell’Italia? Antonio Balzani, Milano

È STATO lo stesso Montanelli a definirsi uno straniero in Italia nell’ultimo editoriale scritto sulla “Voce”, il giorno della chiusura del giornale, poco più di vent’anni fa. Era deluso ed amareggiato e non si riconosceva più in un Paese che gli aveva voltato le spalle. Ma, in realtà, Cilindro è stato davvero il più italiano di tutti perché è stato testimone imparziale di tutte le grandi vicende, più o meno storiche, del secolo cosiddetto breve. Non è un caso che, all’indomani della sua scomparsa, il “Corriere della Sera” titolò: «Indro, il Novecento, il tuo secolo ora è davvero finito». E con lui, è terminata una stagione d’oro per il giornalismo italiano. Certe volte, parlando con i miei colleghi più giovani, ammetto di essere stato molto più fortunato di loro perché ho potuto lavorare a fianco di alcuni maestri del mestiere che oggi non ci sono, purtoppo, più a cominciare dal toscanaccio. Spesso mi chiedo anche cosa avrebbe detto Montanelli su alcuni fatti e personaggi di scena oggi: come minimo si sarebbe sentito un apolide. giancarlo.mazzuca@ilgiorno.net