Potere, donne, gaffe: l’Italia di Achille Lauro
Giovanni Nardi
L’ITALIANO è vivo, e marcia insieme a noi. Naturalmente, non con il piglio che aveva tra il Cinque e il Settecento, quando dominava nelle Corti europee; quei tempi sono assolutamente irripetibili, e la lingua che oggi serve per comunicare internazionalmente è l’inglese, sia pure il futuro riservi spazi all’arabo, al cinese e a qualche lingua indiana, per non dire dell’ispano-portoghese. Ma certo non se ne può parlare come di lingua morta, come certi pessimisti terrebbero a vaticinare. Ha un vocabolario di centinaia di migliaia di parole che si arricchisce continuamente, sia con neologismi mutuati da altre lingue come fenomeno non secondario di multiculturalismo, sia dalle voci dialettali il cui uso extralocale si sta imponendo nei campi più disparati a cominciare da quello gastronomico e culinario.
Eppure, basterebbero cento parole a caratterizzare la nostra lingua. È la scommessa tentata e vinta da Gian Luigi Beccaria, emerito glottologo e linguista, accademico della Crusca e dei Lincei, il quale racchiude in cento vocaboli appena la storia e l’identità della nostra cultura.
NON PUÒ MANCARE il sì (latino sic) perché l’Italia è «il bel paese là dove ’l sì suona», e molti termini sono tra quelli adoperati secoli fa da Dante, Petrarca e Boccaccio. Ma il professor Beccaria rende omaggio anche a un linguista estravagante: il ricettologo e gastronomo Pellegrino Artusi, il cui manuale di cucina, diffuso a milioni di copie, ha contribuito alla diffusione della lingua italiana alla pari del “Pinocchio” di Collodi e del “Cuore” di De Amicis. Il cavaliere di Forlimpopoli introduce o contribuisce a diffondere termini quali bistecca e cotoletta, ormai nell’uso comune, mentre non gli riuscirà con balsamella (per besciamella) né con ciarlotta (per charlotte). Tuttavia, la sua operazione unitaria nel settore culinario si può dire complessivamente riuscita.
TUTTAVIA, accanto all’italiano “eterno” ce n’è uno che è stato giustamente definito esagerato da parte di Luca Mastrantonio, giovane e colto indagatore delle forme più nuove (e che ci si augura meno durature) dell’italiano del nuovo millennio, una lingua appunto pazzesca «perché chi la parla spesso è incapace di intendere quel che vuole dire». A cominciare appunto dall’aggettivo pazzesco, che è diventato «un’esclamazione universale che esprime indistintamente stupore, meraviglia, ammirazione, terrore», nonostante questi quattro termini non siano assolutamente equivalenti tra loro.
VEDIAMO qualcuno dei termini di questa neo lingua (ma forse sarebbe meglio dire non lingua) citati da Mastrantonio. Il bimbominkia «è una bestia tipica della fauna digitale italiana. Caratteristiche: velocità, ripetitività, ignoranza, stupidità. Età: variabile, è un ragazzo, o un adulto che fa il ragazzino, che si esprime e si comporta in maniera sciocca». L’acronimo lol (che significa laughing out loud, ridere rumorosamente) è forse la parola più stupida di cui si abusa quando se ne ignora allegramente il significato. «A volte è puro nonsense, usato quando non si sa cosa dire». Per lol «L’anno d’oro è stato il 2011, quando lol era la parola più cercata su Google, ed è entrata nell’Oxford English Dictionary».