Cosa insegna l’Alonso triste di Ungheria
Ho visto Alonso spingere a braccia la sua McLaren verso i box.
Mi son venute in mente altre scene più o meno eroiche, con Mansell protagonista.
Ho anche pensato, come peraltro sostengo da molti mesi, che fa molto male alla Formula Uno la realtà di una gloriosa scuderia affondata nella melma. Con due campioni del mondo, Fernando e Button, ridotti al rango di comparse da ultima fila.
Proprio in Ungheria Alonso ha dichiarato di essere pronto a vivere nuove avventure in categorie diverse. Io lo capisco. Ha la sua parte di colpe, per agioni qui illustrate più e più volte. Ma mette tristezza vedere campioni prigionieri di un ingaggio e condannati ala inesistenza agonistica.
Detto questo, io passo all’opposizione.
Cioè, non se ne può oiù di sentir narrare che Marchionne aspetta il colpo d’ala, che la Ferrari deve ribaltare la situazione e bla bla bla.
Ma basta, per favore.
La macchina, grosso modo, è quella del 2014, riveduta come e dove si poteva.
E la Ferrari del 2014 era un catorcio.
Ora, Vettel è terzo e Raikkonen è quinto. Togliendo le due Mercedes inavvicinabili, che diavolo dovreebbero fare? Di cosa stiamo parlando? Non era stato il presidente post Montezemolo ad affermare, sotto Natale, cito letteralmente, ‘speriamo di vincere il mondiale prima del 2018’?
Tutto questo cinema (sulla Rossa che delude, su Arrivabene che parla troppo, su Raikkonen da cacciare e fate pure) è un giochino che ho visto e vissuto molte volte, nel mio modestissimo passato.
Io, come dicevo Scalfaro dal Quirinale, non ci sto.
Se a Budapest la Ferrari fa terzo e quinto, meglio ancora terzo e quarto, è il massimo.
Il resto, puah.
Spazio sotto per chi vuole raccontare il Gp dell’Hungaroring.