L’Italia non è un paese per concerti
L’Italia non è un paese per concerti. Così sembrerebbe. Perché, oltre al clamore legittimo e sacrosanto, suscitato dagli ultimi incidenti sul lavoro, in cui hanno perso la vita due ragazzi mentre allestivano dei maxi palchi per i live rispettivamente di Jovanotti e Pausini, c’è ora una storia che arriva da Battipaglia (provincia di Salerno), dove si sono esibiti i Colapesce, band siciliana. Questa volta, per fortuna, non ci sono vittime. Ma c’è un totale disprezzo verso chi fa musica e spesso riempie anche i locali. Certo, questa volta, non si parla di maxi produzione e nemmeno di artisti famosi. Il circuito è quello indie, non così remunerativo per le band che al massimo possono aspirare a vendere qualche copia dei loro cd prima, durante e dopo il concerto, ma che fa comunque girare l’economia di piccoli club o clubbini che dir si voglia. La lettera dei Colapesce postata ieri sul proprio profilo Facebook, è diventata subito un terreno di confronto, perché racconta un’altra Italia. Il lato B – e stavolta l’anatomia e l’estetica non c’entrano nulla – della musica italiana. Quello che conquista anche l’estero, senza chissà quali strategie di marketing. Di casi ne esistono a manciate (dai Linea 77, pre-major, agli Yuppie Flu apprezzati anche in Inghilterra dall’esimio Thom Yorke, leader dei Radiohead). Quel lato B della musica dove conta ancora saper suonare. Qualità e quantità. Perché i Colapesce raccontano delle date infilate una dietro l’altra per “risparmiare” sugli spostamenti lungo il continente (arrivano dalla Sicilia). Ma raccontano – è qui il punto – di accoglienze poco ospitali e spesso disorganizzate. E il pubblico non c’entra nulla.
Il post sul profilo Facebook è lunghissimo, ma bastano pochi passaggi per capire di che cosa stiamo parlando. “Poco prima di cominciare il gestore del locale (la band aveva chiesto di suonare a un orario tradizionale per il lungo viaggio, tipo 22,30) – scrivono – ci ha ha sgridato perché per colpa nostra non hanno potuto trasmettere la partita della Juventus e hanno perso tre tavole di clienti”. Ogni commento è superfluo. Ma il peggio, per i Colapesce, sarebbe arrivato dopo. “Niente albergo, siamo stati ospitati in un garage umido, senza riscaldamento, pieno di insetti e con un bagno fetido e puzzolente. Un po’ meno rock’n'roll è stato scoprire che non ci sarebbero stati letti per tutti: erano quattro e noi siamo in cinque. Per niente rock’n'roll è stato scoprire un paio di mutande maschili ritrovato tra le lenzuola di uno dei nostri letti. Normalmente una cosa del genere l’avremmo presa a ridere e ci saremmo spostati a dormire in un hotel. Ma ci siamo sentiti offesi e umiliati come musicisti”. Il post ha generato sul web – e non solo – un dibattito sullo stato delle cose in Italia per quanto riguarda i live. E forse qualcosa di utile potrà uscirne fuori. Intanto il promoter di quella data dei Colapesce a Battipaglia ha chiesto pubblicamente scusa. “E’ una giornata di lutto per me. Dopo 6 anni passati a organizzare concerti spinto solo da passione probabilmente terminerò la mia attività di promoter”. Per inciso i Colapesce, pur non passando ancora le loro canzoni sui network radio e tv musicali, hanno i loro video su YouTube decisamente cliccati. Diventeranno famosi. Forse. Ma non è questo ciò che conta ora. La storia di Battipaglia emana cattivi odori e cattive vibrazioni. E così l’esterofilia prende il sopravvento.