Blog Quotidiano.net

Blog Quotidiano.net

I blog degli autori di Quotidiano.net, il Resto del Carlino, La Nazione ed Il Giorno online

di

E quindi, chi ha ucciso Pitagora?

L'Assassinio di Pitagora“L’assassinio di Pitagora” dello spagnolo Marcos Chicot (2014, Salani Editore, trad it. di El asesinato de Pitágoras) è molte cose. In primo luogo un caso editoriale contemporaneo. Nato con l’intento di diventare best seller, ci riesce benissimo. Un best seller contemporaneo poi, e questo è un’ottima storia: rifiutato dalle case editrici spagnole, pubblicato come ebook, è stato scaricato talmente tante volte da convincere la Duomo Ediciones di Barcellona a pubblicarlo su carta.

La storia è la Storia. Quella di Pitagora, matematico, filosofo, politico nella Crotone magno-greca. I presupposti ci sono tutti, poiché sulla vita e soprattutto la morte dell’inventore del Teorema omonimo, molto si è detto nei secoli e poco si è sempre saputo. Quel che c’è, però, è avvolto dal mistero. Come la sua idiosincrasia per le fave, che – come sempre in questi casi – ha una possibile motivazione sanitaria e l’altra filosofica. La prima è surrogata dalla considerazione che a Crotone, dove Pitagora visse e fondò la sua scuola, il favismo (l’allergia alle fave), mietesse già all’epoca molte vittime. La seconda vuole che alle fave si riconducessero cattivi auspici e legami con l’oltretomba.

Chicot, da buon giallista, ci mette invece l’assasino. Misterioso. Seriale. Agisce nell’ombra e fa fuori già a pagina due il più autorevole candidato alla successione del vecchio maestro. Tanto che il maestro, preoccupato del futuro del suo impero potesse vacillare e poi sparire dopo la sua morte, fa chiamare un celebre investigatore egizio, Akenon, e lo convince a venire a Crotone per svolgere le sue indagini.

Con lui c’è la figlia di Pitagora, Arianna, che ovviamente è bellissima e misteriosa. Il gioco, insomma, è fatto. C’è lui, c’è lei, c’è l’indagine, il mistero. Non poteva non essere un best seller, e infatti lo è. Ma la legge dei grandi numeri, si sa, punta molto su determinate costruzioni e poco su presunte integrità filologiche. Che di Umberto Eco, si sa, ce n’è uno, e perciò scrivere un giallo da milioni di copie e decine di traduzioni che sia pure coerente in ogni sua parte, resta pur complicato.

Qui arriviamo al libro: Chicot, che ha destinato una percentuale del libro ad una raccolta fondi benefica, e questo è solo che encomiabile, pur essendo alle prime armi dimostra di conoscere a menadito le tecniche della narrativa popolare: suspence, false piste, dubbi a fior di capitolo, un po’ d’amore che non guasta mai e quel tanto che basta di colpo di scena. Poiché dice di aver studiato e molto anche la parte storica, fa storcere il naso l’errore macroscopico, presente nell’originale spagnolo e tale e quale in quello italiano, in cui Sibari è scambiata con Taranto, due città che pure esistono a tutt’ora.

Ma beh, qui si fa i puntigliosi. Anche perché la suspence funziona e tutti gli altri elementi tipici del fenomeno di massa a puntate, dicesi telenovela, ci sono tutti. Meglio esplicitarne tre, macroscopici e universali, che Chicot non manca di valorizzare.

Tanto per cominciare un sacco di volte i personaggi volgono lo sguardo. Scena tipica, immaginatela: A dice a B una tale cose scioccante e/o toccante e/o preoccupante. A rimane a guardare, o tanto meglio va via. E B, dice il narratore, volge lo sguardo, ovvero guarda altrove pensieroso. Un po’ come lo sguardo basito di Boris (F5), e non ditemi che non funziona.

Colpi di scena continui e pazzeschi. B è innamorato di C, ma entrambi giocano a tirarsela. Poi il caso vuole che C incrocia B per le scale, non c’è nessuno, i due si avvicinano… B sta per baciare C… ma all’improvviso passa D per andare in bagno… e non se ne fa niente… Il giorno dopo C fa finta che la notte prima non sia successo nulla, B ci resta male ma sta al gioco, ed entrambi continuano a covare amore e sospiri a uso del lettore.

Il terzo punto sono i puntini sospensivi. Quelli fastidiosamente abusati nel paragrafo precedente. Ecco, in L’assassinio di Pitagora è un continuo, e qui l’errore – più che di Chicot, è dell’editor che non ha avuto in prima stesura e che forse non ha voluto in seconda, con la colpevole accondiscendenza dell’editore. Il puntino sospensivo, quello tipico degli sms, abusato alle medie, dicono i manuali, dovrebbe rappresentare un eccezionale senso di sospensione di un concetto, da lasciare sottinteso. In un caso eccezionale e calzante fanno il loro mestiere, questo è indubbio. E una buona cartuccia, su 700 pagine, può pure essere sparata due volte. Ma una ogni due pagine, davvero, è la narrativa che grida vendetta.

Ecco, ma allora che senso ha leggerlo? Su questo, si permetta, le obiezioni sono granitiche. Uno: la cultura popolare sa il fatto suo, sempre, comunque. Due: ogni tanto qualcosa di leggero si dovrà pur leggere. Tre. Se lo hanno letto in milioni di persone, sempre meglio mettere da parte la spocchia e dare un’occhiata. Il resto è legge, che come si sa è infallibile ed è uguale per tutti. Daniel Pennac, Diritti imprescindibili del lettore, articolo 5: “Tutti hanno il diritto di leggere qualsiasi cosa”. Tanto più che l’articolo 3, per sicurezza, assicura sempre una via di fuga: “Tutti hanno  il diritto di non finire un libro”. Sarà per questo che, chi scrive, muore ancora dalla voglia di scoprire: ma quindi, Pitagora, chi l’ha assassinato?