Se le parole e le fotografie uccidono
LE PAROLE possono uccidere. Specie se cariche di insulti e umiliazioni. E si sa, celati dietro uno schermo, siamo tutti più forti. Nell’era dei social network ci sentiamo un po’ dei giganti pronti a sputare sentenze, a giudicare e addirittura a prendere di mira gli altri. Sembrano solo parole, caratteri digitati da uno smartphone o attraverso una tastiera invece possono diventare delle vere e proprie bombe. Sara S., dagiorno.it
E POI – AGGIUNGIAMO – le parole e le fotografie possono uccidere, come è successo nei giorni scorsi al ragazzo vercellese preso di mira dai colleghi di lavoro. Da brividi la sua storia: in una foto era chiuso in un bidone del pattume, contro la sua volontà. In un’altra aveva in testa un sacchetto dell’immondizia. E poi altri «scherzi», sempre più pesanti. Lo schernivano, ridevano di lui, lo fotografavano e pubblicavano gli scatti su Facebook. Fino ad indurre Andrea a rivolgersi alla polizia postale. Con scarsi risultati, però. E l’inferno continuava, col ragazzo che aveva sviluppato attacchi di panico, non usciva più di casa, rinchiudendosi in se stesso fino al baratro. Adesso qualcuno prova a giustificare i bulli e a trovare altre spiegazioni al tragico gesto. Ma le vittime di bullismo non sono mai colpevoli delle violenze subite. Non esistono giustificazioni plausibili per ammettere vessazioni e prepotenze. Perché il bullismo non ha nulla a che vedere con la goliardia: è un fenomeno subdolo, violento, criminale. laura.fasano@ilgiorno.net