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Alla scoperta di Gotye, l’uomo da 120 milioni di clic su YouTube

 Inglese o americano? Era la domanda che fino, a qualche anno fa, anticipava le altre sulla provenienza della band di turno, fresca di disco e di successo. A far saltare la tendenza, almeno in ambito rock (la ricostruzione dei fatti è ovviamente personale), ci pensarono i dEUS. Il “dio” belga del rock, anno 1994, regalò un disco che cambiò tutti i parametri di quello che sarebbe diventato in qualche maniera un (sotto)genere con tanto di etichetta: alt-rock. E tutti a scoprire che nel Belgio si suonava parecchio e anche bene. E c’era pure una bella schiera di registi colti, preparati e con parecchie cose da dire. Ma questa è un’altra storia. Ora dal Belgio arriva un altro tipetto che, tramite youTube (120 milioni di clic in una settimana per il video “Somebody that i used to know”), è diventato in fretta un fenomeno anche da network radiofonici generalisti. Per capirsi è finito sia nella programmazione della radio di stato, sia nei big dell’etere nostrani. Si chiama Gotye, 32 anni, nato a Bruges e trasferitosi in Australia (ha anche il passaporto australiano). Ma ha un nome e un cognome decisamente più lunghi: Wally De Becker. Il nostro Gotye non è un prodotto di marketing plastificato alla Lana Del Rey per intendersi. E lo si intuisce subito. Uno, perché il singolo in questione, non è contenuto nel suo album di debutto. Ha alle spalle un paio di dischi che non hanno avuto la fortuna che sembra avere questo “Making mirrors”. Due, ha delle idee che non sono nuovissime, ma che in questo preciso istante storico sembrano andare assai di moda. Insomma, ascoltando questo singolo da 120 milioni di clic, si intuisce come abbia apprezzato e metabolizzato tutta la scena musicale degli anni ’80, senza far troppo distinzione tra i Depeche Mode e i Police. La resa, frullata in questo singolo, è decisamente riuscita. La voce poi non è male. Certo, esagera un po’, quando sostiene nelle interviste che si consideri un po’ l’alfiere del lo-fi, low fidelity. La bassa fedeltà è tutt’altra cosa. Ma per giocare un po’ e riassumere il tutto, da vecchio citazionista, parafrasando il titolo di un album di Bugo è “non lo f(a)i, ma c’è”. E non è male.