Addio Long John, eroe dei due mondi
Giorgione Chinaglia, detto Long John per la statura sopra il metro e ottantantacinque e i suoi trascorsi in terra gallese, è stato un moderno divo del calcio. Un personaggio destinato a sconfinare, nel bene e nel male, fuori dagli angusti confini del pallone. Nel ’74, all’apice del suo momento di gloria e notorietà dopo lo scudetto vinto con la Lazio, gli Squallor gli dedicarono un brano ”Il Vangelo secondo Chinaglia” e il suo nome finì in una canzone di Rino Gaetano che recita: ”Mio fratello è figlio unico perché è convinto che Chinaglia non può finire al Frosinone”.
Personaggio anomalo e sopra le righe, polemico e rissoso, Giorgione portava in sè una miscela esplosiva: il carattere italiano forgiato al fuoco del calcio inglese. La sua famiglia, originaria di Carrara, era emigrata in Galles e proprio nello Swansea il giovane Long John aveva mosso i primi passi. Centravanti di sfondamento, anche per la sua corporatura da corazziere, Chinaglia aveva il pregio di un’agilità e di una mobilità insolita per quella stazza. Il senso del movimento corale al servizio della squadra lo aveva imparato proprio in Galles, portandolo in Italia, come personalissimo patrimonio, alla fine degli anni Sessanta.
Massese e Internapoli furono il trampolino di lancio verso la Lazio di Maestrelli, alla quale approdò nel 1969-70. Capocannoniere della serie B con 24 gol che valsero la promozione alla Lazio, Chinaglia conquistò anche la ribalta della nazionale. Sotto la guida del mitico Tom, maestro di umanità oltre che di calcio, Long John visse la sua stagione più fulgida: uno scudetto sfiorato nel 72-73 e la conquista del tricolore l’anno dopo con una compagnia di giro che allineava Wilson e Re Cecconi, Garlaschelli e D’Amico, Oddi e Frustalupi. Amici dentro e fuori dal campo, cementati da un tecnico-papà capace di parlare ai cuori e alle menti, gli assi di quella Lazio scrissero pagine di leggenda del calcio.
E Chinaglia ne impersonò la forza traboccante, la spumeggiante qualità, la voglia di emergere. Sull’onda del succcesso Long John si presentò ai mondiali di Germania deciso a consacrarsi come grande stella internazionale. Ma quella di Valcareggi era un’Italia al tramonto, era il canto del cigno per la generazione dei Rivera e dei Mazzola. Quando, dopo i primi rovesci, il Ct decise di sostituirlo, Chinaglia lo mandò platealmente a quel paese inaugurando il ”vaffa” in mondovisione.
E oggi Chinaglia rischia si passare alla storia più per quel gesto che per le qualità di calciatore. Lo scudetto con la Lazio non ebbe seguito, la malattia di Maestrelli lo privò di un importante punto di riferimento e così Chinaglia cominciò la sua seconda vita emigrando negli States, ai Cosmos di Pelè, Beckenbauer e Carlos Alberto. Segnò 193 gol in 7 anni, laureandosi il miglior cannoniere della Lega americana. Un vero eroe calcistico dei due mondi.
Tornò in Italia nell’83 per diventare presidente della Lazio ma il suo regno, per difficoltà ecomomiche, durò un solo anno. Eppure l’ostinato sogno di Long John di riprendersi la sua squadra del cuore restò in piedi fino al 2006, quando venne condannato per riciclaggio di denaro sporco nel tentativo di acquistare la Lazio. Se ne è andato cullando un’ altra romantica illusione, quella di rilanciare i mitici Cosmos di Pelè. Ma il suo cuore stanco gli ha detto che la partita finisce qui.