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Musica / Last Christmas: che lezione, Mina

Mina, Last Christmas, 2015

Quanto è fastidioso, musicalmente parlando, il Natale? Manco due mesi dalla fine dell’estate, ed ecco che i celebri brani cui siamo condannati da sempre cominciano a fare capolino dappertutto. In radio, nei negozi, in tv. Dove trasmissione dopo trasmissione, da metà novembre in poi, non c’è ospite, concorrente o stella cometa da talent che non si cimenti in un canto di Natale.

C’è l’imbarazzo della scelta, d’altronde, e per ogni strenna c’è una lunga schiera di professionisti da cui prendere spunto: dietro ‘Santa Claus is comin’ to town’, per dire, la fila è chilometrica: Bruce Springsteen, Fred Astaire, Justin Bieber, Mariah Carey, Michael Bublé. Inutile cedere alla vertigine della lista, per dirla alla Eco, prendi un brano natalizio qualsiasi, vai su Google, e ottieni almeno quindici celebri versioni.

Ma la cover, soprattutto dei brani stranoti, è un brutto animale. Se la fai uguale sei banale, se la stravolgi ti metti nei guai: il rischio di esagerare e finire fuori strada corre dietro a ogni nota. Perché farle, allora? Forse, anche in questo caso, l’unica regola che varrebbe è quella universale: parla solo che hai qualcosa di intelligente da dire. Cantala solo se sei in grado di aggiungere una sfumatura in più. Regola inascoltata, soprattutto in tv, dove – bontà loro – la conoscenza enciclopedica si mantiene così in superficie che basta mescolare neanche troppo forte e tutto sembrerà straordinariamente nuovo.

Ecco in quale ginepraio si è andata a infilare, all’alba dei suoi settantacinque anni, Mina Anna Mazzini in arte Mina. Regalando ai suoi fan su internet, la vigilia di Natale, un rifacimento originale di Last Christmas (clicca per ascoltare) degli Wham, la band che fu di Goerge Michael. Tutti, compresi i nativi digitali, ricorderanno l’originale: 1985. Tastiere saltellanti, basso pulito in primo piano, batteria campionatissima, note riverberanti e il video girato in Svizzera di una Vigilia intrisa di volti, abiti e acconciature very eighties.

E Mina, dalla sua Svizzera, cos’ha fatto? Per prima cosa ha tolto via tutto. Dal buio dello sfondo spunta un rullante accennato (Alfredo Golino), proveniente dalla stanza di lato, come polvere sbuffata da un vecchio tappeto.  Quattro quarti ed ecco che parte il contrabbasso. Un accordo vagamente distonico, progatonista, suonato da Massimo Moriconi. Canta Mina, e la sua voce è un soffio: liquida, accennata, lievemente impastata.

La linea è bassa, niente acuti, ma è luminosissima. Come una finestra con le finestre di legno accostate, e la luce far capolino tra gli spifferi. L’atmosfera  adesso è completa: si aggiungono i radi scatti in levare della chitarra (Giorgio Secco), ma non sono che piccoli graffi. La parte del leone continua a farla il contrabbasso, mentre la linea melodica eighties, che pure c’è, come nell’originale è affidata a un effetto di tastiere (Ugo Bongianni). E’ tutto. Resta qualche coro sotteso di Massimiliano Pani, il figlio di Mina.

E resta Mina. Capace di spiegare ancora, continuamente, che essere virtuosi non equivale a urlare, né a modulare la voce in modo matto e disperato, riempendo ogni strofa di arabeschi, trilli, tremoli, acuti e voli pindarici da “adesso allontano il microfono dalla bocca, stringo gli occhi, tendo gli zigomi e mostro i denti, risulterò certamente bravo e videogenico”.

Niente di tutto ciò. La voce di Mina sappiamo cos’è in grado di fare, ancora oggi, ma per dimostrarlo non c’è bisogno di urlare. Poi è Natale, è tempo di lentezza. Mina canta di fianco al camino. Scandendo le parole col suo inglese un po’ barocco. Non si schiarisce la voce, non serve. Lascia solo un graffio, il senso di un mugolio ruvido e limpido allo stesso tempo. Come guardare la neve dai vetri appannati, ben sapendo che basta un colpo di mano per mostrare quanto è nitida. Neanche il tempo di capirlo che il brano è già finito. La Vigilia pure. I botti si fanno a Capodanno e in ogni caso basta un fuoco d’artificio: se ne abusi, più che una festa, sembrerà una guerra. L’arte di dosare, quei fanatici dell’assolo vocale, chissà quando l’impareranno.