L’eredità di Kurt Cobain, diciotto anni dopo
E sono diciotto anni. Cifra tonda per certificare la maggiore età. Diciotto anni fa se ne andò, per sempre, Kurt Cobain. E i diari di allora, di adolescenti e non, si riempirono di “Meglio bruciare che spegnersi lentamente” e di citazioni delle sue canzoni. I Nirvana erano una band solo di nome. Erano la band di Kurt Cobain. Il leader incontrastato. Uno che si inventò negli anni novanta un genere in un momento di stagnazione musicale. L’effervescenza punk si era dissolta. Il punk non era morto, ma non esprimeva più i desideri e il cazzeggio di una generazione. I cantautori erano per molti già da museo delle cere. Non ci volevano solo canzoni da cantare nella cameretta. Ci voleva qualcosa di più. Qualcosa che rappresentasse una generazione in bilico tra i ricordi tramandati di “formidabili anni” di rivolte e ribellioni musicali e di canzoni passate alla radio, soprattutto in Italia, che erano solo un sottofondo incolore e inodore. Ci volevano gli odori. “Smells like teen spirit”, il grunge nacque lì o giù di lì. E tutti a chiedersi se il rock – concetto che racchiude tutto o niente – fosse resuscitato. Tutti a chiedersi – nelle solite domande epocali – quanto contasse la tecnica. E se la forma venisse prima della sostanza. Quelle canzoni suonavano dannatamente bene. E non solo per la generazioni di allora, come la mia, di quattordicenni o giù di lì. Non c’era soltanto la voglia di “ribellarsi” privatamente. E non pubblicamente, come sostennero all’epoca, declinando la cosa, senza trovare risposta all’equazione privato uguale pubblico di qualche decennio prima. Era il rock degli anni novanta. La colonna sonora di una generazione che molti provano ancora a decifrare. Non ci sono riusciti prima e (forse) non ci riusciranno nemmeno ora. E adesso a diciotto anni di distanza a chiedersi, in ambito meramente musicale, che cosa ha lasciato quella stagione? La risposta è fin troppo semplice e quasi rischia l’ovvio. Quella stagione musicale lì ha lasciato tutto. Non c’è una persona che non abbia ascoltato Kurt Cobain e che non abbia pensato, anche per un solo istante, a metter su un gruppo. Molti l’hanno fatto e suonano ancora. Non saranno dollari sonanti – per quelli c’è il testamento – ma l’eredità non è da poco. E’ da applausi. Chapeau Kurt, diciotto anni dopo, con immutata stima.