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LIBRO / Di bugie malcelate e romanzi troppo lunghi: ‘Così ha inizio il male’

cosiinizioilmaleCome ha inizio il male? Javier Marias, saggista e romanziere molto apprezzato in Spagna e nel mondo, ce lo spiega in “Así empieza lo malo” (In Italia: “Così ha inizio il male”, 2015, Einaudi).

Ci dirà pure come una volta perpetrato, dalla spirale del male è impossibile uscire. Quello del libro, intanto, è un male di due tipi: dagli orrori malcelati di una dittatura spagnola appena caduta, al dolore più intimo e doloroso di due sposi che a un certo punto hanno finito per odiarsi, ferocemente e segretamente, come tanti in quei primi anni Ottanta, in attesa di una legge sul divorzio.

In entrambi i casi è qualcosa di incrostato, perso (sembrerebbe per sempre) nelle pieghe del tempo, oppure nascosto sotto ampi tappeti, su cui gli stessi autori hanno poi affastellato mobili pesanti e difficili da spostare, nella speranza di averlo sepolto per sempre.

Nulla di più falso, dice Marìas, perché il male dimenticato se ne resta lì: un buco nero da cui tutto il dolore ha avuto inizio e che a un certo punto – per quanto nessuno lo voglia – finirà per riemergere e inghiottire tutto.

Prima di cominciare, però, è meglio chiarire una cosa: questo libro vivrebbe benissimo se le sue pagine, da circa ottocento, si riducessero a 400 scarse. Ciò pure se chi conosce Marìas – autore blasonato in Spagna e tradotto in tutto il mondo – in realtà quei tornanti inutili li apprezza, campione com’è delle elucubrazioni, dell’introspezione, dei flussi di coscienza. In questo libro ha anzi straordinariamente ceduto all’ironia e all’azione. E ai colpi di scena. Celati tra le stanze ovattate della bella casa di Eduardo Muriel e Beatriz Noguera, che il lettore italiano non può non collegare alla bella immagine scelta da Einaudi per la copertina, quando l’autore ce ne narra le tristi escursioni notturne in camera di Muriel.

Lui, regista dal passato illustre, sta lavorando a un nuovo film e così ha introdotto in casa come assiztente il giovanissimo Juan De Vere, fresco di laurea, inserendolo nelle loro serate mondane, coinvolgendolo in quel turbine di trame familiari sottese, ma non aprendolo ai suoi tanti segreti.

E c’è un mistero su tutti: perché mai Muriel, a un certo punto, ha innalzato un muro insormontabile nei confronti dell’amore di sua moglie? Non le parla, non la bacia e, se può – quando non sono in pubblico – l’offende con disprezzo.

Da qualcosa quel male avrà avuto origine, e De Vere farà di tutto per scoprirlo. Ci riuscirà, meglio chiarire, e questa certezza conforterà il lettore non ispanico nei lunghi momenti di dubbio, di fronte al cincischiare infinito dell’autore.

De Vere capirà infatti presto o tardi che il peggio di quella storia è rimasto indietro. Molto indietro, fino ai tempi del più torbido franchismo. In quelle acque putride pescherà, spinto a indagare dal suo stesso capo, che vuol far luce sul passato di uno dei tanti avventori di quella casa, oggi amico e un tempo, chi lo sa, nemico dei Muriel e della pubblica morale.

Sarà un viaggio lungo, ma non per questo facile da abbandonare. Perché il percorso costruito da Marìas, bisogna dargliene atto, è di quelli non possono essere lasciati a metà. Si prosegue allora, saltando le pagine e strigliando il narratore (“Me l’hai già detto!, me l’hai già deettoo!), fino a scoprire le inattsse verità. E capire una volta per tutte che l’origine del male è una spirale da cui sarebbe saggio star lontani. Consapevoli che ogni azione taciuta e rimasta incagliata in un passato remoto, presto o tardi tornerà, a distruggere tutto ciò che di buono si sarà costruito sopra.