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Bossi tiene famiglia, ma la Lega no

Guai a pensare che la Lega sia finita, sarebbe un errore. Così come lo sarebbe pensare che possa accettare d’essere guidata da un «triunvirato». Quando hanno radici che affondano in terreni umidi, i partiti hanno anche un’anima che va oltre i nomi delle persone che li guidano, e l’anima della Lega è profondamente leaderistica: ci sbagliaremo, ma se le cose della politica hanno ancora un senso oggi a Bergamo la base leghista invocherà un solo nome, quello di Bobo Maroni. E se così sarà, non si vede come gli altri triunviri potranno evitare di compiere un passo indietro. Lo choc per le dimissioni di Umberto Bossi è troppo forte, richiede un rilancio immediato. Far finta di nulla fino al congresso di ottobre, quello sì potrebbe essere fatale per il movimento. L’istinto di soppravvivenza (politica) in questi casi fa miracoli, non si può escludere che il congresso che consacrerà Maroni leader verrà anticipato a prima dell’estate. In giugno, magari, col sole bello alto sulle Alpi.
Quello della Lega, infatti, è certamente un dramma umano ma non è affatto detto che diventi un dramma politico. Accadrebbe solo in caso di impazzimento generale, con i clan e le lighe che si sbranano tra loro come topi in trappola. Il dramma umano, invece, è evidente e s’è già consumato. Dopo 28 anni di militanza che al suo inizio fu vera forza visionaria, Umberto Bossi inciampa nella nemesi della propria storia politica. Non più solo sul Tricolore, come ironizzava (ma non troppo) Leo Longanesi nel ’47, ora anche sulla verde bandiera padana sorgerà idealmente la scritta: «Ho famiglia». Una beffa, per chi ha propagandato per decenni la propria «diversità». Una beffa di cui non è difficile scorgere il lato tragico come quello grottesco: l’ombra lunga del romano Alberto Sordi che cala sull’arcitaliano Umberto Bossi e lo riconduce a se. Rileggersi, prego, le pagine di Elias Canetti. Quelle in cui si racconta di usanze antiche, come far fuori il leader ammalato o indebolito per salvarne le idee e la missione. Nel 2004, quando l’ictus mise Bossi nelle mani di famigli e familiari, non sembrò possibile: né politicamente, né moralmente. E’ passato molto, troppo tempo da allora. Ma quattro crisi, alcune conclamate altre meno, aleggiano ora sulla politica italiana: la crisi economica, la crisi europea, la crisi dello Stato, la crisi demografica. Giuste o sbagliate che siano, la Lega ha risposte comprensibili per ciascuna. E sul mercato politico non vi sono partiti ad essa sovrapponibili. L’attuale crisi del Carroccio può avere dunque forza rigeneratrice: una fortuna, più che una disgrazia. Perché con i decreti attuativi del federalismo fiscale destinati agli archivi, il Senatùr ridotto alla maschera di quel che fu e suo figlio che arriva in Suv ai vertici politici, non poteva durare. Vere dimissioni (Bossi, il Trota, e con ogni probabilità Rosy Mauro) sono comunque una rarità. E da lì che la Lega e Maroni dovranno ripartire. Il resto verrà da sé. Non si può sperare in un cambiamento per troppi anni, ma quando poi qualcosa cambia tornare a sperare per molti è naturale.