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Ma in Libia non saremo accolti come liberatori

FUGGITI, liberati con le armi o tramite il pagamento di un riscatto cambia poco. Le vicende degli ostaggi italiani in Libia dimostrano sempre più che nella guerra globale che l’Occidente sta combattendo contro gli integralismi, il fronte libico sarà di competenza italiana. Lo richiede il nostro alleato statunitense (per evitare un nuovo disastroso intervento francese) e lo richiede soprattutto la storia del Novecento, con gli interessi economici che porta in dote. Matteo F., Pavia

VORREMMO avere le certezze del lettore. In realtà qualunque missione militare sarà realizzata in Libia rappresenterà un grande rischio, fuori e dentro i confini del Paese. Soprattutto non aspettiamoci di essere accolti come “liberatori”: ci sarà sempre qualcuno che vedrà la nostra presenza come un atto ostile. All’Occidente piace, d’altro canto, raccontare delle favolette, basta pensare come ci siamo inebriati con le “primavere arabe” che, salvo l’eroica Tunisia, sono sprofondate nel caos o nella dittatura. L’Italia poi da sempre segue un copione tragico scritto da altri, sperando di limitare i danni. Vogliamo avere una buona politica estera, commisurata ai nostri reali interessi? Cominciamo dicendoci le cose come stanno. Per esempio, se siamo presenti in Libia, come è possibile che ci ammazzino due ostaggi e i servizi americani e inglesi non ci informino? Insomma, prima di partire per una missione, forse sarebbe meglio parlarne senza false reticenze. L’intervento a guida italiana è un impegno che rischia di costare molto. laura.fasano@ilgiorno.net