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La rivoluzione dei gesti di Francesco

TRE ANNI fa Jorge Mario saliva dalla periferia del mondo sul soglio di Pietro. Che sarebbe stato un pontificato diverso, innovativo, lo si era capito subito, a partire dal nome scelto, che finiva per esprimere una chiara scelta di campo. Dopo tre anni, papa Francesco ha fatto capire al mondo che il suo pontificato è meno «teologico» di quello di Ratzinger, ma non si discosta neanche un po’ dai pilastri fondamentali della Chiesa.

Maria B. Milano

TRE ANNI, certo, non bastano a definire un pontificato. Ma sono abbastanza per constatare che siamo davanti a una rivoluzione rispetto al passato. Mai come con Francesco i cattolici si sono divisi tra fautori e oppositori. Una divisione che ha assunto proporzioni significative quando è diventato chiaro che i simboli (a cominciare da quell’iniziale «buonasera» ) veicolavano una linea magisteriale profondamente diversa da quella dei suoi immediati predecessori. Perché il papa ha saputo essere molto attento alle ripercussioni psicologiche di ogni suo gesto, per cercare di scuotere l’immagine forse troppo rigida che l’istituzione ecclesiastica da molto tempo offriva di sé. La Chiesa come «ospedale da campo», e l’insistenza sulla necessità di uscire da schemi consolidati per raggiungere le periferie dell’esistenza sono emblematiche di questa svolta. Su tutto, una straordinaria coerenza d’insieme.

laura.fasano@ilgiorno.net