Ich bin ein Berliner
Non me ne vogliano i berlinesi doc (che non immagino lettori fissi del mio spazio), non me ne vogliano tutti coloro che si sono trasferiti per studio o per lavoro, né quelli che hanno vissuto la capitale tedesca per più di quattro giorni. Vi chiedo scusa, umilmente. Sono stata a Berlino per un finesettimana lungo. Ero già stata in Germania, ma mai nel simbolo della guerra fredda: mi ha entusiasmato. Per questo mi prendo la licenza di dire come l’ho letta e interpretata. Una mia visione da turista che ho provato a ritoccare con un po’ di curiosità.
Che ci si vada per dovere o per piacere, non puoi non trovare quello che cercavi. Tanto per cominciare, abbiamo trovato un freddo molto nordico e poco mediterraneo. Mentre in Italia sembrava essere arrivata la primavera in anticipo, lassù il sole stentava a intromettersi tra i nuvoloni. Vento, un vento freddo che si infiltrava in ogni spiraglio. Ciliegina, la neve. Bufere di neve che duravano il tempo di un caffè (i loro beveroni, però).
Secondo aspetto da non sottovalutare: i tedeschi mangiano sempre. Bretzel, currywurst, hot dog, patatine. Ciambelle, pizze, panini. Cupcake, muffin, torte. Non si fanno mancare niente, e non faranno mai morire di fame nessuno. Salvo nel nostro caso, quando, con una voglia di kebab mai vista, non ce ne ha fatto trovare nemmeno uno. E dire che a ogni fermata della metro ce ne sono minimo due: che sconfitta. Il currywurst annegato nella maionese e nel ketchup di Friedrichstrasse, però, l’hanno quasi degnamente sostituito.
La cosa più bella? C’è voluto un po’ di tempo per vagliare i ricordi e scegliere, perché sono tanti. Di sicuro, l’East Side Gallery merita una visita. Mi sono innamorata dello Spree, il fiume che attraversa la città: ci si è presentato scuro e arrabbiato, ma che fascino.
Questione a parte lo zoo, perché un pensiero a Christiane F. è impossibile non mandarlo. Stretta al cuore davanti alle gabbie dei felini: la tigre – di una bellezza devastante – che mentre azzanna un quarto di bue è immortalata da decine di flash è terribile. Tanto belli da sembrare finti l’orango e il gorilla. Come te li immagini.
Come volevasi dimostrare, il ricordo più divertente non è un qualcosa, ma un qualcuno. O meglio, alcuni stravaganti personaggi incontrati in un locale zona Charlottenburg. Vecchio, vecchissimo, tutto in legno. I banconi scavati, le bottiglie impolverate, il juke box e la birra artigianale. Trovato per caso, è stato l’aspetto di Berlino che più ho interiorizzato, perché buona parte degli allegri signori non troppo lucidi (dopo numerose medie tra shot non so di cosa) ci hanno reso l’attrazione della serata. Molto probabilmente, come mi è stato suggerito, quella clientela fissa erano anni che non vedeva due italiani – ancora abbastanza giovani, direi – varcare la soglia della birreria spesso spalancata per fare uscire il fumo fitto delle sigarette e dei sigari. A parte averci immortalato in mille foto (non una centrata e/o a fuoco), a parte averci offerto da bere, uno di loro ci ha dato un suggerimento che, il giorno dopo, abbiamo deciso di seguire. “Volete vedere la vera Berlino? Domani. C’è un mercato che non vi potete perdere. Lì, e non nelle attrazioni segnate sulle mappe degli hotel, potrete capire di cosa stiamo parlando”.
Non so se abbiamo visto davvero il ‘quid’ della capitale, ma è stato bello. Sotto Pasqua, poi, qualcosa di più. A parte la passione per le uova colorate e i coniglietti, meraviglie gastronomiche più o meno da strada imperversavano in ogni angolo. A tante non siamo riusciti a dare un nome, ma un sapore, quello sì. Corpulenti signori di mezza età e un meltin pot poco italiano riempivano l’intreccio delle bancarelle. Le voci – le urla – i capricci dei bambini e il richiamo dei venditori ci hanno fatto sentire a casa pur non riconoscendo l’ambiente intorno a noi.
Ich bin ein Berliner. Berlinese o krapfen? Non lo so, sta di fatto che mi sono trovata davvero bene a Berlino, città che ha imparato a perdonarsi e che ha perdonato.
Me l’ha scritto e gli credo: Berlino è la città della libertà.