Zuppiroli, foto in bianco e nero
Questa intervista è stata pubblicata oggi sull’edizione di Bologna del ‘Resto del Carlino’.
TRANQUILLO. Usano tutti la stessa parola, quando devono descrivere Paolo Zuppiroli, uno dei più forti pallavolisti bolognesi di tutti i tempi, capace di giocare in tutti i ruoli durante la sua carriera, di vincere due scudetti negli anni sessanta con la Virtus Minganti e di perderne uno solo allo spareggio.
Tranquillo. Eppure, come in quella canzone di Lucio Dalla, «la cosa eccezionale dammi retta, è essere normale».
«MI DISPIACE, ma hanno ragione. Ho sempre avuto alcune idee ben chiare in testa. Per me la pallavolo era un hobby, non un lavoro. Anzi: ci ho rimesso tante ore di straordinari non pagati, per assecondare la mia passione» dice Zuppiroli, che oggi ha 69 anni. E’ un volley in bianco e nero, quello che ci racconta. Come le foto di quei tempi, come le prime che scattava assecondando una passione per la fotografia che gli ha fatto sacrificare anche qualche cimelio sportivo, in cambio di un teleobiettivo speciale. E’ un mondo che aveva valori diversi, nel quale potevi essere campione d’Italia ma anche essere costretto a rinunciare alla convocazione in nazionale per lavoro: «Io avevo iniziato presto, montavo ponti radio per la Timo, l’azienda dei telefoni che poi sarebbe diventata la Sip — racconta Zuppiroli —. Per giocare a pallavolo prendevo un rimborso spese che non bastava a compensare i soldi che non guadagnavo con gli straordinari persi». E l’Italia? «Fui costretto a rinunciare perché a un certo punto avevo finito i giorni di permesso a disposizione, e una direttrice particolarmente rigida mi disse che non poteva trattarmi diversamente dagli altri. Il ct di allora, Federzoni, mi aveva chiesto una disponibilità di alcuni mesi, quindi mio malgrado dissi di no».
L’AZZURRO è l’unico colore che manca in una carriera che farebbe invidia a tanti professionisti di oggi. Anche se per la pallavolo sarebbe stato peggio non scoprirlo neanche, uno così. E il rischio c’era: «Facevo atletica, saltavo 1,88 con uno stile ventrale da autodidatta. L’elevazione non mi mancava, saltare mi piaceva proprio. Avevo 17 anni, un mio vicino mi parlò della pallavolo. Andai a provare, e dopo tre mesi ero titolare nella squadra di serie B della Calzoni, che andò in A». In palestra, Zuppiroli incontrò l’uomo decisivo per la sua carriera: «Si chiamava Giovanni Bigoni, allenava la squadra con Lanciotto Ottani, ma Giovanni era anche il mio capo alla Timo. E per tanti anni mi aiutò a far convivere il lavoro con gli allenamenti». Anche se era una vitaccia: «Mi alzavo ogni mattina per prendere il treno, coprivamo una zona che andava da Piacenza a Campobasso. Partivo con i miei compagni di lavoro per montare i ponti radio, poi quando ero in zona riprendevo il mio trenino e tornavo a Bologna in tempo per andare ad allenarmi. Cercavo di farmi dare zone che fossero raggiungibili in fretta, d’estate però mi toccavano Abruzzo o Molise». E addio nazionale.
LA PASSIONE però era troppo forte. E permetteva di sopportare anche il fatto di sentirsi uno straniero a casa propria: «In quella Virtus che vinceva, io ero l’unico bolognese in un gruppo di modenesi. E non era facile, in alcuni casi si sono creati anche equivoci spiacevoli. Una volta addirittura volevo andarmene e restai soltanto perché Franco Zanetti mi disse che se avessi lasciato, sarebbe andato via anche lui». Franco Zanetti, per capirci, è soltanto il giocatore che ha vinto più scudetti nella storia della pallavolo italiana, nove. Una bella dimostrazione di fiducia. Anche se quel gruppo era lo stesso che una volta lo mandò a finire in una palestra molto alternativa: «Mi fecero proprio un bello scherzo. Eravamo in Portogallo per una partita di coppa europea, a Lisbona. Entro in un negozio per comprare un souvenir e quando esco i miei compagni sono spariti. Si erano nascosti e non li trovavo. Dovevamo fare allenamento, prendo un taxi e provo a far capire all’autista che devo andare al palasport. Quando arrivo in questo edificio gigantesco, provo a spiegarmi a gesti: dico pallavolo, allenamento, faccio il gesto di un’alzata, indico la borsa. Vedo che mi guardano in modo strano, ma mi fanno entrare. Quando entro capisco perché: non era il palasport, ma l’impianto dove tenevano le corse dei cani. Quando sono rientrato in albergo, mi aspettavano tutti sghignazzando. Compreso l’allenatore. Per fortuna, il giorno dopo vincemmo facile».