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Trent’anni senza Elio De Angelis

Il 15 maggio fanno trent’anni senza Elio De Angelis.

Ne parlo in anticipo perché il 15 avremo il Gp di Spagna e la ricorrenza fatalmente sarà soverchiata dalla attualità.

Inoltre domenica 8, nella chiesa di Santa Caterina a Modena, il mitico Don Sergio Mantovani, storico cappellano dei piloti, dirà una Messa in memoria di Elio e di tutti i caduti in pista.

Di più.

Con lo scorrere del tempo e con il dilagare della maleducazione coatta da Internet, mi rendo conto che le rimembranze sono un porto sicuro. Un rifugio.

Non posso dire di aver conosciuto bene De Angelis. Ero troppo giovane, quando lui vinceva allo sprint un incredibile Gp al fotofinish nel 1982.

Però, alla sua figura si lega un ricordo per me indelebile.

Era la primavera del 1985.

Per la prima volta venni mandato, come invito, a un Gran Premio di Formula Uno.

San Marino.

Imola.

Ora, io vorrei saper scrivere. Vorrei saper scrivere per tentare di restituire l’emozione.

Potete immaginare?

Un ragazzo che debutta ai box.

Di un automobilismo che ti faceva sentire, davvero, a Disneyland.

C’era ancora Lauda in pista.

Niki! Campione del mondo in carica. L’avevo visto da vicino nel 1976, quando il caro Franco Gozzi mi aveva concesso di entrare a Fiorano, nel giorno del ritorno dell’austriaco dopo il rogo del Ring.

E adesso andavo a intervistarlo, una vita dopo, i miei sogni realizzati.

C’era Prost, il suo compagno di squadra.

C’era Piquet padre, ancora fortissimo.

C’era Mansell.

C’era Michele Alboreto sulla Ferrari, con un nuovo compagno che proprio in quel week end faceva il suo esordio sulla Rossa. Si chiamava Stefan Johansson. Intervistai anche lui. Beh, non è passato alla storia.

E c’era un popolo incredibile. Una folla enorme. La domenica sera finii di lavorare alle nove. A mezzanotte non avevo ancora raggiunto il casello dell’autostrada. Di Imola, non di Modena nord.

La gente allora era molto ruspante. Genuina. Anche ingenerosa. Nel 1983 c’erano stati, proprio a Imola, i crudeli boati di gioia quando Patrese era uscito di pista, regalando la vittoria alla Rossa di Tambay. Non era stato bello, per carità. Ma vuoi mettere con i veleni on line di tanti petulanti babbei del nostro presente?

Ah, la nostalgia!

E c’era Elio.

Sulla Lotus.

Aveva un compagno di squadra strano strano.

Uno che parlava più volentieri di Dio che di alettoni.

Era Senna.

L’anno prima, nel 1984, Ayrton non si era qualificato con la Toleman.

Si era talmente incazzato che da lì in poi, per lungo tempo, la pole a Imola fu sempre sua.

Cominciò proprio nel 1985.

Mi ricordo che De Angelis non poteva vedere Senna e Senna non poteva vedere De Angelis.

Erano meravigliosi, nel loro reciproco dispetto.

Sembravano, scrissi, due ragazzini innamorati della stessa biondina. Che magari, s’intende, di nascosto si concedeva a Prost.

Ma non importa.

Venne la domenica della gara.

Più di un pilota rimase senza benzina nei giri finali.

Io ero come incantato, in sala stampa. Mi dicevo: ecco, se fosse questa la mia vita professionale, mi piacerebbe un sacco.

Sono stato accontentato. Anche troppo.

Il finale fu stupefacente.

De Angelis con la Lotus era arrivato terzo.

Ma Mansell e Prost vennero squalificati per una storia di peso.

Diedero la vittoria a Elio, a tavolino.

Era sera e lui rideva felice e ovviamente non parlava bene di Ayrton, che se ne era andato dall’autodromo più nero della Lotus che guidava.

Intanto Franco Gozzi, prima del via, era passato a dirmi che il Vecchio, inteso come Enzo Ferrari, ci era rimasto male per un articolo che avevo scritto, dopo il sabato, sulla deludente prestazione delle Rosse.

Risposi: senta, faccia sapere al Drake che il mio è i lamento del ferrarista deluso, io gli voglio bene ma non posso scrivere che andiamo forte quando andiamo piano (uh, la storia si ripete, eh?). Lui promise di riferire.

Dopo il Gp, il lunedì a mezzogiorno Dino Tagliazucchi, autista del Vecchio, suonò al campanello dei miei genitori. Lasciò un pacchetto e una busta. Nel pacchetto c’era una cravatta con il Cavallino. Nella busta c’era un messaggio autografo di Enzo Ferrari, scritto con il magico inchiostro viola. Testo: se davvero mi vuole bene, indossi la mia cravatta. Oppure, la usi per impiccarsi.

Non mi misi a piangere solo perché capivo di essere un privilegiato.

Piansi un anno dopo.

Ero al seguito del Giro d’Italia per lavoro.

Mi telefonarono per avvisarmi che Elio aveva perso la vita in un test in Francia con la Brabham, la squadra che aveva scelto per allontanarsi da Ayrton. Il giornale voleva un pezzo.

Lo misi insieme.

E’ passata una vita.

E ancora non ho imparato a scrivere.