Barcellona. 1996. Schumi…
Tradiscono i decenni.
Saranno gli anni fa.
Insomma, 1996.
Barcellona.
Il senso di vivere in diretta qualcosa che sarebbe rimasto.
Era un momento così.
Schumi si era vestito di Rosso e avevamo iniziato ad immaginare cosa grandiose.
Eppure, chi poteva supporre che sarebbe stata la prima e che ne sarebbero arrivate altre settantuno, di vittorie?
Io, no.
Ma adoravo quell’uomo, pur non conoscendolo come persona privata.
Mi stava conquistando il modo in cui interpretava l’avventura.
La sua gioia da bambino in un sabato a Imola, per una pole storica.
E poi quella domenica a Montecarlo.
Pioveva.
Si era stampato durante il primo giro, Michael.
In sala stampa, un sacco di gente diceva: ah, adesso se la prenderà con la macchina, troverà una scusa, povera Ferrari.
Continuava a piovere ma nell’anima splendeva il sole.
Perché Schumi esclamò: mi dispiace, è tutta colpa mia, chiedo comprensione alla squadra e ai tifosi, dovrò farmi perdonare.
Cristo.
Sta a vedere che abbiamo trovato quello giusto.
E continuava a diluviare.
Barcellona 1996.
Stavo bagnato come un pulcino. Provavo compassione per me stesso. Questo è un mestiere che ti ammazza, mormoravo mentre mi incamminavo dal parcheggio al paddock.
E giù acqua.
Possibile che un ombrello mai, quando serve?
Quattro ore dopo ero zuppo, ma di felicità.
Schumi aveva guidato la Ferrari manco fosse un motoscafo. E la Storia è lì che sta in un disegno che guardai da vicino, se non ci sei stato in mezzo e di fronte non puoi capire.
Mancava un giro. Mi accorsi che non stavo contando le curve che portavano alla bandiera a scacchi. Stavo contando addirittura i metri.
Non sono normale, mi ripetevo. Ma qui c’è un uomo venuto da molto lontano che si sta incaricando di realizzare i sogni dispersi di una generazione intera.
Guardandolo da lì, fu un bel decennio. Guardandolo da qui, adesso, è stato bellissimo. Ed era appena cominciato.
Barcellona.
1996.
Schumi.
Erano anni miei, nostri. Decennio che è passato, sfrecciato, colato via.
Ah, se solo si potesse mandare indietro l’orologio del tempo, caro Michael!
‘Ma nessuno potrà toglierci quello che abbiamo ballato’ (Julio Velasco).