Un paragone tra Alì e Ayrton
L’ho visto per l’ultima volta la notte della inaugurazione della Olimpiade di Londra, nel 2012.
Muhammad Alì era tra gli eroi dei Giochi incaricati di portare nello stadio la bandiera dei cinque cerchi.
Un giovane collega, sistemato accanto a me in tribuna stampa, ebbe l’ardire di chiedermi: ma chi è quel vecchietto tutto tremolante che fatica a reggere un angolo del vessillo? Perchè non lo hanno lasciato a casa?
Avrei voluto tirargli un cazzotto.
Del resto, i cazzotti di Alì hanno fatto compagnia alla mia infanzia e alla mia adolescenza.
Ero bambino e non riuscivo a capire per quale motivo un uomo si vedesse negare il diritto di esercitare la sua attività, nel caso specifico quella di pugile, soltanto perchè aveva idee non in linea con le posizioni del governo del suo paese.
Era una cosa che mi faceva imbestialire.
E ci vollero anni perchè quella ferita odiosa venisse prima rimarginata e poi cancellata. Resta il fatto che a Muhammad Alì vennero sottratti i periodi più belli della sua giovinezza agonistica.
Ciò nonostante, ebbe modo di confermare la verità di quanto scandalosamente affermava: era The Greatest, il Più Grande.
Non ne farò qui un santino, perchè il personaggio ovviamente aveva anche difetti e ad esempio fu crudele il modo in cui applicò un razzismo alla rovescia nei confronti di Joe Frazier, l’altro grande nero del ring, il primo a batterlo, complice un kappao di mostruosa bellezza, a marzo del 1971, al Madison.
Invecchiando, Alì chiese scusa per i suoi eccessi e anche in ciò stava la sua unicità.
Sempre quella notte a Londra, mentre volevo prendere a pugni il giovane collega ignorante (più funziona Internet e più l’ignoranza dilaga, prima di morire vorrei scoprire le cause del curioso fenomeno, eh), un giornalista brasiliano mi mise una mano sulla spalla mormorando: sai, per noi che veniamo da San Paolo lo spessore carismatico di Alì, il misticismo che accompagnava le sue imprese sul ring senza rinunciare all’allegria, ecco, lo stile del Campionissimo che apprezzi anche come uomo lo abbiamo ritrovato, noi brasiliani, in Ayrton Senna.
E non mi parve una associazione di idee troppo sbagliata, ferme restando le differenze generazionali e le diversità culturali, perchè Alì veniva dai ghetti di una America ancora in piena segregazione mentre Ayrton apparteneva, diremmo oggi, alla Casta della sua nazione.
Eppure, un filo sottile li unisce, almeno nella mia memoria, il rimpianto di quando ero bambino e il pianto quando ero già adulto.
Ps. A chi capitasse l’occasione suggerisco di non perdere lo spettacolo teatrale di my brother Fabio Tavelli. Si chiama ‘Quando ero Cassius’ ed è un monologo teatrale di rara intensità e ancora più rara bellezza.