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Muhammad Ali, il coraggio della paura

Quando la notte del 30 ottobre 1974 scese dal ring di Kinshasa, Muhammad Ali disse: “E’ stata la cosa più vicina alla morte che potessi immaginare”. Nel cuore nero dello Zaire aveva sconfitto George Foreman e la paura di non farcela. La vita era al di là delle corde, quando le scavalcò fu come riabbracciarla.

Ali aveva sempre paura prima di iniziare un match. Ma aveva anche il coraggio di ammetterlo. Era questa la sua forza. L’uomo è fatto di paura e coraggio. Negarlo non è solo stupido: è un modo per uscire sconfitti dalle battaglie della vita, e intanto la morte se la ride.

Mentre sul ring di Kinshasa Foreman attaccava con colpi di maglio, Alì il Grande si ritirava ai bordi del ring, appoggiava la schiena alle corde, lasciava che fossero queste ultime ad assorbire la violenza dei pugni. L’avreste detto un atteggiamento di paura. Vi sareste sbagliati. La folla gridava: “Ali boma ye”, Ali uccidilo. Ma Muhammad non voleva uccidere nessuno, detestava la morte. Per chiunque.

La vita è unione. Sul ring di Kinshasa i due corpi si fusero nella battaglia. Per questo oggi Foreman, saputo della fine dell’antico avversario, ha detto: “Eravamo una persona sola, una parte di me se ne è andata”.

Dopo il “Rumble in the jungle”, l’incontro in Zaire, Ali ha combattuto ancora molto, ma il match più furioso è stato l’ultimo. E’ durato più di 30 anni: all’altro angolo c’era il Parkinson. Per affrontarlo Ali ha adottato la stessa tecnica del ’74: ha ceduto ai colpi della malattia, l’ha lasciata agire, si è piegato su se stesso, perdendo il controllo del corpo, non la coscienza dell’anima.

Muhammad Ali ha insegnato la paura e il coraggio di ammetterla, la voglia di ribellione e la forza di trasmetterla, l’orgoglio della propria bellezza e la nobiltà nell’accettare la bruttezza della malattia. “La gente dice che oggi parlo lentamente – ricordava – Sai che sorpresa: mi sono beccato 29.000 pugni in faccia”. E dopo una pausa, sfidava lo sguardo dell’interlocutore: “Magari parlo lentamente, ma la mia testa è a posto”.

Lo è stata fino all’ultimo. Chi sa combattere non smette mai di farlo. A meno che non lo decida lui. Ha stancato la morte resistendo ai suoi colpi. Alla fine Muhammad Ali ha deciso che era abbastanza. Così è sceso dal ring della vita. E ha vinto anche stavolta.

    Gianluigi Schiavon