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Rossi, la Rossa, l’Ungheria, la Germania

Non so cosa abbiate scritto a proposito della gara tedesca della MotoGp. Stavo preparando le carte per Rio e non potevo leggervi.

Ma di una cosa sono sicuro.

Se l’errore, che mi pare conclamato, di Valentino e del box Yamaha fosse stato commesso dal muretto Ferrari, accidenti!, Arrivabene my brother sarebbe stato linciato su pubblica piazza e il suo cadavere trascinato fin sulla piazza di Fiorano.

Che volete che vi dica?

Speriamo in Cairo (non inteso come capitale del tormentato Egitto).

Guardando avanti, alle tappe in Ungheria e Germania della F1, spolvererò un paio di ricordi.

Di Budapest 1989 immagino di aver già parlato.

Mi colpì il taxista che mi raccolse all’aeroporto. Mancavano poche settimane alla caduta del muro di Berlino.

L’Ungheria era, in quella estate, il primo paese del blocco comunista ad aver varato un governo multipartitico, dopo quasi mezzo secolo.

Si respirava un’aria nuova, quanto ingannevole, con il senno di poi, non saprei dire.

Il taxista, in un inglese maccheronico, mi disse: se Dio vuole è finita, non torneranno più.

Il Gran Premio, anche quello, fu memorabile.

In Ferrari avevamo quel cambio elettroattuato che ci faceva diventare pazzi.

Mansell aveva vinto con la Rossa, incredibilmente, la prima gara in Brasile.

Poi, nisba.

Si scassava sempre tutto.

Ed eravamo a ridosso del primo anniversario della scomparsa del Drake.

La gara me la ricordo come se fosse ieri.

Mansell partiva da lontanissimo.

Sesta fila o giù di lì.

Non ho mai capito come fece ad infilare tutta quella serie di sorpassi.

A oltre un quarto di secolo di distanza, manco oggi lo comprendo.

Ma li fece.

L’ultimo, nascondendosi dietro la Onyx del doppiato Johansson per fottere Senna, fu un delirio di emozioni.

Rimasi inchiodato al monitor della sala stampa fino alla bandiera a scacchi.

Avevamo vinto!

Rammento che cominciai il mio articolo, in assenza di blog, con il titolo di un pezzo di Vasco Rossi.

Liberi liberi.

Liberi noi ferraristi da una angoscia opprimente.

E liberi gli ungheresi, finalmente.

Poi, Hockenheim 1994.

Quasi quattro anni che non si toccava palla.

Mi sentivo dire spesso, dagli amici: ma perché ti occupi ancora della Formula Uno? Non frega più una mazza a nessuno, la Ferrari tanto perde sempre.

Ohi, avevano ragione.

Nel presente di allora, come nel presente di oggi.

Ma avevano torto in generale e in assoluto, come hanno torto quelli che nel 2016 mi raccomandano di smetterla con le pulsioni da Gran Premio.

Babbei allora, babbei sempre.

Nel 1994, a Hockenheim, finalmente Gerhard Berger, al volante di una Rossa, vinse la corsa.

Non mi vergogno ad ammetterlo.

Durante l’ultimo giro, piangevo come un bambino.

Sono passati ventidue anni.

Se mi guardo nello specchio, sono solo più invecchiato.

Lo spirito, è sempre quello.

Il tempo della rassegnazione non mi avrà, anche se sono più solo ogni giorno che passa.