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Gli Afterhours le “suonano” alla Padania. E le suonano forte e bene

Non è un disco politico. Anche se c’è più politica in questi quindici canzoni (due sono messaggi promozionali, ci si adegua agli standard della politik nostrana) che in qualsiasi discorso di sedicenti leader italiani. Non è un disco leghista, anche se si intitola “Padania”. Anche se gli Afterhours partono da Milano – vanno negli States – e ritornano a Milano. Milano è il motore della loro musica e la destinazione delle loro invettive in formato canzone, ma è anche il motore “elettorale” e non della sedicente Padania. Padania appunto. Uno stato inesistente. Ma uno stato della mente, come ha sottolineato in più di un’occasione Manuel Agnelli, cantante degli Afterhours. E la copertina del disco un cancello aperto con all’orizzonte neve e pozzanghere non rassicura affatto. “Milano non è la verità”, cantava Manuel qualche anno fa nel disco probabilmente più pop degli After “Non è per sempre”. E quegli After lì non esistono più. E’ inutile andarli a cercare tra le pieghe di queste tredici canzoni. Hanno voltato pagina. Un nuovo capitolo. Ancora fierezza indie – nonostante l’esposizione mediatica, assai legittima, di questi giorni – e un caro saluto alla major. Gira e rigira sono la band più vecchia – non ce ne vogliano, è solo una questione anagrafica – di quella scena italiana che a metà anni novanta fece brillare di luce propria il rock italiano. Loro ci sono ancora. Diversi nella formazione. Perché si cambia e diversi anche nella proposta. Il punto è uno: folgorante è stato il set di un film, qualche anno fa. Si intitolava “Lavorare con lentezza”, regista Guido Chiesa, ed era un po’ la storia di Radio Alice e del ’77 italiano. Loro gli Afterhours rifacevano e risuonavano “Gioia e rivoluzione” degli Area. Manuel impersonificava Demetrio Stratos, leader degli Area e genio italiano andatosene troppo presto e in fretta. Lo impersonificava così bene, che gli After attuali non riescono quasi più a uscirne dal copione. Non è che sia un male. Perché Manuel non si crede Demetrio e quando gli fanno notare come la sua voce tenda a fare quello che Demetrio faceva più di trent’anni fa, lui sposta il mirino e indica Diamanda Galas. Altra vocina, bella, ma tutt’altro che rassicurante. E in questo Padania, pur non parlando di maglioncini degli architetti milanesi e del riprendersi la modaiola Berlino, non c’è proprio nulla di rassicurante. Provare per credere. Partendo, ovviamente, dall’inizio. La voce di Manuel scuote le viscere e non è un’esagerazione. Inquieta come è giusto che sia. D’altronde la Padania reale, o presunta tale, con tutto il codazzo di ampolle, riti di alchimisti di terza tacca, non fa affatto ridere, quando fa uscire la voce dalla propria pancia. Anzi, fa persino un po’ paura. La musica ora. Il violino e tutto lo spiegarsi degli archi non rasserena. Tra l’altro per chi conosce un po’ la storia degli After: Rodrigo D’Erasmo vince per la prima volta la sfida a distanza con l’ex violinista Dario Ciffo. E poi c’è il ritorno in formazione di Xabier Iriondo. La sua storia con gli After si era fermata qualche anno fa. Ma Xabier era il tipo di “Germi”, primo album italiano della band”, che lasciava molto all’improvvisazione, con una chitarra che era un po’ il contrabbasso che diventa un mitra per il vecchio Demetrio Stratos. Tra effetti, pedaliere varie, è una chitarra che disturba, quella di Xabier, ma che si innesta perfettamente in questo disco, dove c’è molto poco di conciliante. Chiamatelo pure “concept album”, come si faceva trent’anni fa, ma questo è materiale resistente, pur non rinnovando cantici dei partigiani e di battaglia. Riproporlo dal vivo – così ad occhio e croce – non sarà proprio semplicissimo. Ma aspettiamo di rivederli presto sul palco. Per il momento solo applausi. Non era semplice riprendersi la scena. Sarebbe stato più facile “Riprendersi Berlino”, ma sarebbe stato come dare alle stampe un altro disco giusto per dire “ci siamo ancora”. Questo disco è più di un certificato di presenza. E’ la dimostrazione che Manuel e soci non si sono fermati a quindici anni fa. Ed è una bella assicurazione sulla vita del rock italiano.