Blog Quotidiano.net

Blog Quotidiano.net

I blog degli autori di Quotidiano.net, il Resto del Carlino, La Nazione ed Il Giorno online

di

Ma Bob Dylan è un poeta. E i tempi sono cambiati

I suoi concerti sono da sempre spiazzanti, i dischi non più tanto belli, la voce nasale come non mai e il protagonista della scena tutto tranne che simpatico. Ma c’è un coerenza di fondo che con gli anni è restata limpida, un pegno di lealtà in un mondo dove per business ci si vende a mode e a tv ad ogni sospiro. E poi ci sono quelle parole, che nessuno ha saputo usare meglio di lui. Una amica oggi diceva: non so pensare agli anni 60 senza le canzoni di Bob Dylan. Sacrosanto. E adesso oggi qualcuno ha deciso che quelle parole, quei testi delle canzoni, meritassero il premio Nobel della letteratura. Lo candidavano da anni, nessuno pensava sarebbe mai successo e così quando accade, in tanti si sentono spiazzati. E come sempre capita che qualcuno  gridi all’invasione di campo. Ma Dylan è un poeta, prima ancora che musicista, i suoi testi hanno lasciato il segno, le sue non sono solo canzoni, ma comete da inseguire, lo hanno fatto generazioni e generazioni. La musica è poesia e quindi letteratura: Bob Dylan è un poeta, come Leonard Cohen, Woody Guthrie, Jacques Brel, John Lennon e Fabrizio De Andrè, ognuno a modo suo. Premiare chi scrive canzoni significa abbattere gli steccati che solo un mondo ottuso si ostina a erigere. Poi certo, Dylan viene premiato per canzoni scritte 50 anni fa, ma perché stupirsi, perché definire la scelta dell’accademia svedese un inutile tuffo nel passato? Il Nobel è un oscar alla carriera: è come un saggio che si guarda alle spalle dopo una lunga salita e brinda a quanto di buono è stato fatto. E Dylan di strada ne ha fatta. Da tempo non è più lui, ma non fermatevi alla sua musica, leggete le sue parole. Procuratevi i vinili di ‘The freewheelin’ Bob Dylan’, ‘Highway 61 rivisited’, ‘The times they are a changing’, ‘Blonde on blonde’, poi fermatevi ad ascoltare. Incontrerete canzoni pienamente formate, ‘Like a rolling stone’, con quel colpo di rullante che suona come un colpo alla nostra coscienza, ma anche nenie apparentemente noiose come ‘A hard rain’s gonna  fall’, ‘Masters of war’ dove ogni parola ha un suo senso, uno suo peso specifico. E quel che più conta parole scritte mezzo secolo fa ma che sono attuali ancora oggi. Ecco perché Bob Dylan merita il Nobel. Ed essendo coerente difficilmente andrà a Stoccolma in smoking: c’è da aspettarselo col cappello da cowboy e gli stivali. Con lo stesso sorriso sornione di sempre. Anni fa non l’avrebbero mai premiato, ma oggi, come profetizzava lui stesso, i tempi sono cambiati.