L’America e la Formula Uno
Capita spesso, anche a me, di scrivere che agli americani la Formula Uno non piace.
E infatti adesso, tramite Liberty Media, se la sono comprata!
La mia America da Gran Premio inizio’ nel sole dell’Arizona. Era il 1989. Bergèr con la Ferrari stava rientrando alle corse dopo il botto di Imola. Ricordo che da Maranello era arrivato, per incoraggiarlo, il carissimo Franco Gozzi, storico braccio destro del Drake. Fu proprio Franco a svelarmi che Gerardone, dopo tre giri tra i muretti di Phoenix, aveva vomitato anche l’anima. Io dissi: beh, sarà lo shock per il rogo di Imola. Ma Gozzi, serafico, aggiunse: ma no, sono tutte le bibite che ha ingurgitato ieri sera in un locale di strip dance!
L’America! Non ho mai visto il Glenn, in compenso ho camminato sui mattoncini di Indianapolis. Se non sei mai stato nell’Indiana, non capisci cosa sia l’automobilismo per gli statunitensi. Semplificando, la loro logica applicata alle corse precede che anche l’ultimo al via, l’underdog, abbia una chance di vittoria. In F1 non accade, non può accadere.
Su Indianapolis 2005 ho scritto, a suo tempo, papiri lunghissimi. Il ritiro contemporaneo di tutte le vetture gommate Michelin innesco’ una perdita di credibilità dalla quale secondo me, oltre oceano, la Formula Uno deve ancora riprendersi. Nonostante gli sforzi di Austin.
Ma a Indy ho visto anche bellissime gare. Fu intensissima quella del 2003, quando Montoya forse rimase vittima di se stesso e Schumi allungo’ le mani sul suo sesto titolo.
Già tredici anni son passati e a me sembrano cento tredici.