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Alonso e i noiosi Gran Premi di ieri

Mica ha tutti i torti, Alonso, quando dice che i mitici Gran Premi di una Formula Uno leggendaria, quella del secolo scorso, beh, in fondo erano spesso molto noiosi.

Io c’ero, grosso modo dalla seconda metà degli anni Ottanta, insieme a Sotomayor, Paco Pena, Valery Borzov, Dalila Di Lazzaro e Franco Gozzi (copyright Fiorello).

E in effetti è vero, ricordo tante gare che erano uno spettacolo (si fa per dire) di vetture incolonnate dalla partenza al traguardo.

Già nel 1977 Indro Montanelli aveva fatto imbestialire Enzo Ferrari scrivendo che lui di un Gp guardava il via, segretamente sperando in un botto, e poi pacificamente si addormentava sul divano. Imitato, osò vergare Cilindro, dalla stragrande maggioranza dei teleutenti.

Ora, ci sta però una differenza che Fernando sottovaluta (senza entrare nel merito di un’altra tesi dell’asturiano, quella secondo la quale la vera età dell’oro per la F1 è stata l’alba degli anni Duemila: c’ero anche lì e rammento che non di rado al giornale mi chiedevano articoli sulla noia da Gran Premio, sia pure tinta di Rosso) e lo dico precisando che il discorso non vale solo per lui, ma anche per Vettel, Hamilton, Raikkonen, eccetera.

In breve.

Non farò distinzioni sul talento di chi guidava la monoposto negli anni Settanta, Ottanta e Novanta e i drivers di oggi: epoche troppo diverse per stilare graduatoria (tranne quella che per gioco ho stilato in questa sede un inverno fa, finita pure su Wikipedia, pensa te).

Ma enorme è invece la differenza di personalità!

Figure come Lauda, Hunt, Andretti, Senna, Prost, Mansell e cito alla rinfusa e mi taccio su Gilles per eccesso d’amore, ecco, figure del genere probabilmente sarebbero respinte, intendo caratterialmente, da ciò che la Formula Uno è diventata nel nostro presente, tra veti, divieti, blindature mediatiche e bla bla bla.

E questo non c’entra con la noia da evento. Ma con la debolezza del ‘cast’, certamente sì.