Il ‘niet’ russo sulla Siria
I “kamikaze siriani” di Al Qaeda che appaiono all’improvviso e colpiscono i servizi di sicurezza del regime nel pieno centro di Damasco sono un’assoluta novità, addirittura sospetta nella sua tempistica. A molti sembrano — e lo dicono — addirittura attentati auto inflitti. Avvengono nelle stesse ore in cui la commissione di ispettori della Lega Araba, dopo faticosissimi negoziati, entra nel Paese per monitorare una situazione drammatica. La Siria finalmente, dopo tanto sangue, diventa sorvegliato speciale. Il futuro del presidente Assad, più che dalla delegittimazione di Obama, dipenderà dal giudizio dei 500 osservatori arabi. Il ‘fantasma del terrorismo’ è l’ispirazione della repressione del governo.
Ma se a Damasco le autobombe attribuite ad Al Qaeda fanno strage per la prima volta, a Homs non si spiega perché decine di civili innocenti, dimostranti pacifici, ogni venerdì continuino a venir uccisi dalle forze di sicurezza siriane.
L’accusa a gruppi estremisti armati di portare il paese alla guerra civile, pronunciata da un regime che censura la stampa e non rispetta i diritti umani nemmeno dei bambini, rimane quantomeno singolare. Ma chi davvero non aiuta in questa fase cruciale, è il Consiglio di Sicurezza dell’Onu spaccato più che mai sulla crisi di Damasco. Usa e Francia sono allo scontro frontale con Mosca. Fallisce il tentativo del russo Churkin, presidente di turno, di far approvare una dichiarazione che chiede “l’immediata fine delle violenze da qualsiasi parte provengano”. C’è anche una risoluzione russa sul tavolo da giorni, ma Francia e Stati Uniti la considerano troppo debole e hanno rilanciato con modifiche sostanziali non gradite al Cremlino. I rapporti tra i cinque Paesi permanenti (Usa, Russia, Cina, Francia e Inghilterra) dopo la ‘storica’ compattezza raggiunta sulla Libia, si sgretolano a Damasco. Le differenze sono diventate di principio. Per Mosca, Parigi e Washington puntano al cambio di regime per arrivare alla trasformazione della Siria. Il Cremlino invece vuole accompagnare Assad all’uscita di scena in buona salute e senza aprirgli le porte del tribunale. Un modello Yemen, non una Tripoli bis.