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La crisi (di governo) che servirebbe a Monti

Era il 10 novembre quando il Sole 24Ore, quotidiano di Confindustria, uscì con un titolo a caratteri cubitali: «Fate presto». Tre giorni dopo il capo dello Stato affidò l’incarico a Mario Monti. «Sporcatevi le mani» è invece il titolo dell’editoriale di ieri. Col vicedirettore del Sole che attribuisce a Monti la tentazione di far propria l’andreottiana — ed arcitaliana — tendenza a tirare a campare. Il rischio, scrive, è che questo governo «passi alla storia come una parentesi sostanzialmente incapace di incidere nel cuore della crisi economica e politica». Questo, dunque, l’umore dell’establishment economico italiano. Ma il rischio è concreto e chi è al governo non lo nasconde. Errori ne sono stati fatti parecchi. Pd e Pdl sono, e ancor più saranno, sempre meno collaborativi. I sindaci, ultimi depositari di uno straccio di legittimazione politica, si trovano sul piede di guerra. Gli indici economici, occupazione e consumi in testa, peggiorano di mese in mese. Le banche hanno definitivamente chiuso i rubinetti del credito. La Grecia è messa peggio di prima e come prima si trema per il destino della Spagna. Standard & Poor’s paventa l’arrivo sui mercati finanziari della «tempesta perfetta» che potrebbe bruciare 35mila miliardi di euro. E il discorso pronunciato ieri dal cancelliere tedesco Angela Merkel al Bundestag non è sembrato incoraggiare le speranze italiane. Tirare a campare, dunque, o tirare le cuoia? Due giorni fa, un sottosegretario in carica s’è lasciato sfuggire una considerazione che a ben vedere potrebbe rivelare un disegno politico: «Altro che Pd e Pdl, qui l’unico che avrebbe interesse ad aprire la crisi è Mario Monti». Era una battuta, forse, ma assai indicativa. Indica il grado di logoramento psicologico e di frustrazione ‘politica’ del premier. Indica il livello di sfiducia di Monti verso i partiti che lo sostengono. Indica un possibile sbocco politico ad una situazione ormai di stallo. Finire additato come un Andreotti qualsiasi è prospettiva lusinghiera per un politico, ma devastante per un ‘tecnico’. Per evitare il logoramento, il Professore potrebbe dunque prendere il toro partitocratico per le corna, sfidarlo su un punto sensibile agitandogli un qualche drappo rosso davanti agli occhi e costringerlo a caricare il suo stesso governo. A quel punto, tutte le colpe tornerebbero in capo ai partiti, ormai considerati un unico soggetto. Probabilmente si tratta solo di un’ipotesi di scuola, ma quando, ieri, è giunta alle orecchie di alcuni dirigenti della «strana maggioranza» che regge il governo s’è subito trasformata in una ridda di scenari. C’è chi ipotizza che Monti, in armonia col Quirinale, punti a un reincarico confidando nella nascita di una nuova maggioranza epurata dai ‘falchi’ di Pdl e Pd. C’è chi ritiene che «i poteri forti» abbiano già scelto il nome dell’«uomo nuovo» che con nuove elezioni farà piazza pulita dei vecchi dirigenti del centrodestra occupandone le casematte per il prossimo ventennio. C’è chi lega questa prospettiva alla voce, ciclica, che vuole la Cei intenzionata a promuovere un radicale rinnovamento del Pdl. Come in tutte le fasi più cupe di crisi economica e stallo politico, c’è un fondo di verità in ciascuna tesi.