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Il 2 giugno del Sud Tirolo

MALLES (Bolzano)

MENTRE il Belpaese festeggia la Repubblica, gli smemorati di quella Repubblica fanno la festa agli ossari dei “sacri confini” della patria: una soffice moquette d’erba color oblìo tappezza la pietra del “mausoleo” della Grande Guerra, a Resia. Quassù, nei tornanti a gomito che s’arrampicano alla porta del Tirolo, la storia si calcola. A numeri tondi. Alla vigilia del compleanno dello Stato, le corone tricolori sono le uniche secche e incupite nei boschi dalla tinta pennarello dell’alta val Venosta. Più che a monito della parata romana in salsa austera, sembrerebbero a celebrazione dei quarant’anni dell’autonomia sudtirolese o dei trent’anni dell’ultimo fuoco in nome dell’Ein Tirol, la deflagrazione del sacrario adorato dal fascio, spruzzato di ossa e teschi. Quelli dei fanti delle trincee italiane.

DI QUELL’OTTOBRE ‘82, l’anno dei Mondiali di Pablito Rossi e del nonno patriota Pertini, restano gli occhi vuoti d’uno scheletro, che fissa, cocciutamente inespressivo, i resti della storia. E della memoria. Di cui l’ossario, il Beinhaus Bergeis di Resia, oltre trecento caduti della Prima Guerra e nove militi ignoti, fu l’ultima frontiera. Dopo il Ventennio, in Alto Adige, fu il turno del trentennio. Del terrore: la Bas (Befreiungsausschuss Südtirol, Comitato per la liberazione del Sudtirolo) non risparmiò tralicci e militari. Nella ricorrenza dell’autonomia dei popoli della provincia di Bolzano, traguardo per molti, punto di partenza per altri, il sud dell’ex Impero Austro Ungarico o estremo nord della Repubblica italiana (a seconda delle visuali prospettiche) è, senz’ombra di interpretazioni, uno dei più opulenti angoli d’Italia. Ed Europa: tre per cento di disoccupazione per eccesso (considerando i lavoratori stagionali, e dunque praticamente a zero), Pil pro-capite più alto della Penisola (34.700 euro) e 28 milioni di pernottamenti turistici stagionali. Non è uno slogan, ma la tabella di marcia di Luis Durnwalder (Südtiroler Volkspartei), il “podestà” della Provincia autonoma di Bolzano, in giunta da 39 anni, presidentissimo dall’88. “Ho visto sedici ministri dell’Interno – sillaba alla vigilia della visita a Roma alla corte di Napolitano – e mille governi. E intanto noi siamo sempre noi”.

“DURNI”, così lo ribattezzano gli italiani di Bolzano, è un’icona: il suo sorriso è una garanzia di stabilità. Non lo perde neanche quando gli tiri in ballo la questione etnica: “Gli ossari italiani? Vanno sistemati, riparati, ma va pure spiegato perché si trovano lì”. Così come il monumento alla vittoria, quello di Bozen: “Come si dice: va contestualizzato, sì…”, scandisce nel suo italiano.

A QUALCHE SETTIMANA dal “Memory Day”, la questione altoatesina torna alla ribalta. “Noi siamo contro ogni terrorismo – spiega “Durni” – ma chiediamo amnistia”. Quella relativa ai cinque terroristi riparati in Austria e Germania. Guai chiamarli così. Per Eva Klotz, la pasionaria della val Passiria, sono “combattenti per la libertà del Sudtirolo”, “padri di famiglia che si preoccuparono del futuro dei loro figli”. L’amnistia è stata già chiesta al Quirinale, ma la Klotz che, gentilmente, si assenta dalla seduta della Provincia per colloquiare col cronista del Qn, torna a insistere sul referendum:  “Si faccia: deve decidere la maggioranza. Noi non siamo italiani. Siamo tirolesi di madrelingua tedesca”. Il suo modello: la confederazione Svizzera. La sua linea guida: un federalismo serio. “Noi non dobbiamo all’Italia il nostro benessere. Ma alla laboriosità della nostra gente”. Nessun sacro fiume: “No Alto Adige, Sud Tirolo”. Nessuna ampolla o nazionalismo da souvenir: “Qui è solo una questione di giustizia”.

POI C’E’ LA CROCIATA per gli ex “combattenti” della Bas, i “patrioti” del Sud Tirolo. “E’ uno scandalo – condanna la Klotz – perché le Brigate Rosse o il terrorismo fascista sono stati graziati. Non possiamo dire lo stesso per i nostri padri. Perché?”. “Durni” accenna ancora a “certe tensioni. Ma più che altro è questione delle estreme destre”. Un modello anticrisi per l’Italia? “Un governo stile Alto Adige anche nelle altre regioni del Paese”, propone il presidentissimo. Come dire: “Fate come noi”. Eva va ai gangli dell’organismo italiano che “evidenzia – scandisce – un problema di mo-ra-le”. Il federalismo solidale di “Durni” si traduce in opere. Ci trattiene: “Portate solidarietà a Emilia. Vi vogliamo bene. Da Errani aspettiamo solo un segno: siamo pronti a costruire una scuola o un ponte. E’ il dono del popolo dell’Alto Adige”. Pure la pasionaria si dilunga: “Ah, dica lassù che ci dispiace per terremoto. Che vi siamo vicini. Che vi abbracciamo”. Loro, la Repubblica Italiana, l’hanno festeggiata così.