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Un viaggio tra le macerie della nostra identità

ADESSO ce l’hanno ben chiaro in testa, i cittadini di San Carlo, il concetto di appartenenza. Di radici. Mai come in questi giorni si sono sentiti più legati a quel campanile, a quelle strade dismesse, a quei pochi incroci. Una griglia di provincia che ha impigliato intere generazioni, senza che quasi se ne rendessero conto. Oggi quelle vie, la piazza, le panchine, i parcheggi, i cortili e i giardini sono deserti, bombardati di crateri, con le case che sembrano sprofondare. I geologi balbettano confusi. Risposte non ne danno. E allora tocca aspettare. «Ci si conosceva tutti qui; un paesino piccolo, ma bello. Adesso fa impressione; abbiamo perso la nostra identità», commentano con gli occhi fissi e svuotati quelli che son rimasti. Rimasti lì, nel posto «che non sarà mai più lo stesso».

CAMMINARE sui marciapiedi di San Carlo, quando è ancora possibile, è un viaggio dentro un centro fantasma. «Il bar, la tabaccheria, l’edicola; non c’è più niente», scuote la testa Massimiliano Tagliatti, volontario della protezione civile e gestore del bar Palareno, a Sant’Agostino. E non ci sarebbe bisogno di sottolinearlo. Lì — nel cuore di San Carlo, a pochi metri dalla pizzeria La Pace, ancora in piedi per miracolo — Tagliatti ci ha lasciato la casa, i ricordi di una vita. Come lui, tutti gli altri. Poco meno di duemila abitanti che ora vivono altrove. Dai parenti, chi può. O nella tendopoli al campo sportivo. O chissà dove.

PERCHE’  le macerie del terremoto dell’Emilia non sono solo quelle che si vedono accatastate oltre le transenne che, da settimane, obbligano a percorsi di guerra, per pochi metri. Nei cumuli più ingombranti si inciampa parlando con la gente, quella che non smette di ripetere ossessivamente lo stesso ritornello: non dimenticatevi di noi. E oggi, non è solo un modo di dire. Le troupe televisive, a poco a poco, se ne sono andate. Così come le dirette, le corse frenetiche dei reporter, gli elicotteri. Anche le sfilate di ministri, deputati, senatori, presidenti, direttori, prelati e delegati del non-vi-lasceremo-soli, ormai si fanno sempre più rade. «E meno male», annuiscono i residenti. Qui, fin dal primo giorno (sindaco in prima fila) non hanno chiesto altro che poter ricominciare. Niente elemosina. Nessun patetismo. «Fateci lavorare. Non abbiamo bisogno di altro». Emiliani davvero, maniche rimboccate e pala sotto braccio per buttar fuori dallo scantinato la sabbia liquefatta che l’aveva invaso. Sempre a testa alta.

LO HANNO scritto anche sul loro blog. Il titolo parla da solo. Su San Carlo Non Molla, da giorni, vengono pubblicati foto, ricordi e ringraziamenti, per tutti quelli che passano e lasciano qualcosa. Tutti quelli che danno una mano. «San Carlo, piccola frazione di Sant’Agostino, ha aperto questo sito per non essere dimenticata, per dare forza alla gente che ci vive e lavora e che vuole rialzarsi, con dignità». Parole bianche, su fondo azzurro. Per  tornare a respirare, a volte, bisogna cominciare guardando il cielo. Sperando che non piova.