Houston, abbiamo un problema
Domenica 24 giugno, ore 20, stazione ferroviaria di Parma. Arrivo da Bologna, arrivo puntuale. Il treno per Brescia – il mio – parte tra 22 minuti. Mi porto sul binario e mi godo un alito di vento che finalmente muove l’afa che già stringe in zona. In effetti – penso – è strano che ancora il treno non sia pronto sul binario, di solito è parcheggiato al settimo, mentre per interminabili minuti sbuffa fumo nero che brucia in gola. Chiamo mamma, mando un messaggio ai miei amici riuniti per vedere Italia – Inghilterra (“Conto di arrivare a metà del primo tempo”) e paziento. Dopo mezz’ora del mio treno non v’è traccia. Nessuno ha annunciato il ritardo, sul tabellone sembra tutto normale. Anzi no: segnano 30 minuti di ritardo. Sul binario, con me, tre ragazzi e una coppia con valigie enormi e un bimbo addormentato. Mi prendono i 5 minuti, perché il ritardo ci sta, ci mancherebbe, ma che l’altoparlante non dica nulla mi sembra irrispettoso. Scendo il sottopassaggio trolley alla mano alla ricerca di un ferroviere qualsiasi con cui litigare. Dovete sapere che la stazione di Parma è un cantiere aperto da anni, ormai, quindi tutti i tabelloni segnano orari a caso: uno è impallato, l’altro è fermo alle partenze della mattina. Nei tabelloni all’ingresso, a quanto pare gli unici attendibili, finalmente scopro che in ritardo di 30 minuti non è il treno, ma un bus sostitutivo. Tra gli arrivi, legge un secondo bus sostitutivo in arrivo da Brescia con 120 minuti di ritardo. Molto bene: cosa dovrei pensare? C’è solo un ferroviere, alla biglietteria. Mi metto in coda. Aspetto. Aspetto. Aspetto. “Scusi, esattamente il bus dove lo prendo?”. “Fuori, sotto la pensilina. Così se piove non si bagna”. Accenno un sorriso, credo di essere in un incubo. Ripeto: capisco il ritardo. Ma come posso capire che del mio treno non interessi niente a nessuno? E poi mi si prende pure in giro. Mi arrendo. Vado alla pensilina e aspetto il bus. Con me, un’altra cinquantina di persone. Alle 21.15 – il ritardo quindi non sono 30 minuti, bensì 60 – arriva l’autobus. Il conducente, assalito da gente sudata e appicicaticcia, si affaccia timidamente: “È questo che va a Brescia?”, chiediamo. “A dir la verità non lo so… Cerco il capotreno e chiedo”. Restiamo senza parole, ma decidiamo di salire. Dopo una decina di minuti il conducente torna e dice che farà tutte le fermate previste. Ma non sa dove sono le stazioni, ha bisogno di qualcuno che glielo dico mano a mano. Già perché il suo navigatore non va, e non va nemmeno l’aria condizionata. Torrile, Colorno, Mezzani… A ogni stazione un passeggero lo affianca alla guida e gli dà indicazioni. Tardi per tardi, diciamo che ok, possiamo anche fare qualche fermata in più. Lasciamo giù un ragazzo in pizzeria, una coppia a casa. Così, fermate su richiesta. Nel frattempo gli Azzurri giocano ma non segnano. L’autobus è diventata una comune, si chiacchiera e si ride. Decidiamo insieme che strada fare: “Di qui…”. “No, meglio di là, l’allunghiamo un po’ ma è più sicura”. Una signora chiede di fermarsi a un bar per comprare una bottiglietta d’acqua, un signore ne approfitta per fumarsi una sigaretta.
Arrivo a destinazione alle 22.30, con 90 minuti di ritardo. Sciolta dal caldo e insofferente ai massimi livelli, ringrazio solo Prandelli e i suoi di essere andati ai supplementari. Ho visto i rigori e, sappiatelo, se abbiamo vinto è in parte merito mio. Per non avere desistito. Per aver fatto la doccia più veloce del mondo pur di precipitarmi al patio del mio amico, sotto la bandiera italiana, a sgolarmi per un Andrea Pirlo sensazionale.
Tutto è bene quel che finisce bene, è vero. Quello che mi urta, però, è che se un pullman di gente stremata, in giro dalla mattina, abbandonata a se stessa , riesce a sorridere ed essere solidale, nella stanza dei bottoni non possono continuare a prenderci in giro. Perché la coppia col bimbo che era con me sul settimo binario, sull’autobus non c’era. Nessuno gli ha detto che la linea Parma – Brescia era bloccata da ore per un guasto tecnico. Perché alle persone che aspettavano il treno da Brescia indicato con un ritardo di 120 minuti nessuno ha detto che era fermo in autostrada dopo che un incidente – un trasporto di cavalli ribaltato, e non aggiungo altro – se ne erano perse le tracce.
Se questa è l’Italia del 2012, beh, c’è qualche problema.