L’euro e il rischio che un errore tiri l’altro
Capita, in questi tempi di crisi, che nelle aziende private più grandi e in molti uffici pubblici diversi lavoratori relativamente anziani vengano incentivati alla pensione. E sono addii tristi. Tristi per chi resta. Stipendi più bassi, tempi e ritmi di lavoro più lunghi, pensioni sempre più leggere. Dice l’economista Paolo Savona che la nascita dell’euro ha trasferito la conflittualità dagli stati alle società. La pace (tra europei) ha un costo; anche se le attuali condizioni di privilegio dell’economia tedesca rispetto a quelle dei partner europei ricordano tanto una guerra vinta… Dicono però che il peggio debba ancora arrivare. Per ora, sappiamo solo che il Prodotto interno lordo dei paesi europei che non hanno adottato l’euro è cresciuto mediamente del doppio rispetto a quello dei paesi che l’hanno adottato. Paesi come l’Italia, che dall’introduzione della moneta unica ad oggi ha raggiunto il record della disoccupazione giovanile (più 31%) e quello della perdita di potere d’acquisto (tra il 30 e il 40%). Le previsioni, naturalmente, erano di segno opposto. Sorti magnifiche e progressive venivano annunciate dal rapporto Delors del 1989 e da ogni successivo studio della Commissione europea. Del resto, se l’economia fosse una scienza esatta i più grandi economisti del secolo scorso, da Keynes a Fischer, non sarebbero stati ridotti sul lastrico dalla crisi finanziaria del ’29. Una cosa, però, la crisi attuale ce l’ha insegnata: spogliare gli stati della sovranità monetaria per devolverla a un’autorità priva di legittimazione e imbrigliata da regole stringenti che ne esaltano lo spirito burocratico (la Banca centrale europea, naturale propaggine della Banca centrale tedesca) è stato un errore. Per rimediare, se ne compirà un altro: la Germania pretende infatti che analogo trasferimento di sovranità avvenga stavolta in materia fiscale e di bilancio. È questa la condizione posta in cambio di una maggiore flessibilità nell’uso del fondo salva stati. E tutti sembrano d’accordo. Oggi come allora, la retorica vuole che questo sia il passaggio chiave per giungere alla mitica «Europa politica». Che sia la volta buona o un ottuso perseverare nel medesimo sbaglio lo capiremo tra non molto. Di certo c’è solo che una terza chance non verrà data a nessuno.