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Siria/ I medici eroi: “Curiamo i ribelli siriani”. Perseguitati da Assad, ora operano in Libano: “La vita è sacra”

 TRIPOLI del Libano. È STATO ARRESTATO due volte e licenziato in tronco dall’ospedale Mushtahid di Banyas, una città sunnita della costa vicina alla base navale russa di Tartus. Confida solo il nome di battesimo, Muhammad, peraltro inflazionato  nel mondo arabo, e l’età, 28 anni. Emergendo a fatica da molte pause ci dice  che ha voluto tenere fede al giuramento di Ippocrate, curare i feriti. Aveva  appena cominciato la specializzazione in chirurgia vascolare. Il suo rovello sono i volti dei tanti pazienti svaniti nel nulla: «Dopo le manifestazioni
 arrivavano all’ospedale di Damasco. Ce li portavano gli uomini della  sicurezza. Restavano con noi al massimo 48 ore. Dopo due giorni li trasferivano nelle prigioni. Nessuno si preoccupava delle loro condizioni. Non so nulla del loro destino».
 L’inferno è durato 4 mesi. «Mi sono consultato con altri quattro colleghi. Non riuscivamo – si macera – a fare finta di nulla. Ci si chiedeva di  chiudere gli occhi su quello che stava succedendo. Abbiamo deciso di organizzare una sorta di servizio volante di strada quando la gente scendeva
 in piazza a Barzeh e a Duma, due sobborghi molto caldi di Damasco. Spesso visitavamo nelle case private. Ci chiamavano per soccorrere un ferito. In codice ci dicevano di presentarci a un certo indirizzo».
 
 QUELLI che Mohammed definisce «problemi con la Mukhbarat», ossia con gli
 uomini degli apparati di repressione del regime, non si sono fatti aspettare: «Mi tenevano d’occhio, anche perché sono di Banyas, una città che da sempre è schierata contro chi ci governa. L’intelligence militare mi ha arrestato. Sono rimasto in cella due giorni». Appena è tornato libero
 Mohammad ha deciso di tornare nella sua città di origine. Gli pareva un  grembo più sicuro della capitale. Ha trovato un posto all’ospedale pubblico Mushtahid. Dopo un mese è finito di nuovo in galera. Gli uomini della sicurezza hanno bussato per la seconda volta alla sua porta. È finito in cella per 24 ore.
 L’hanno licenziato. «Un mio amico e collega – ricorda – mi aveva raccontato che qui a Tripoli c’era un ospedale, il Deir al-Zahra, di proprietà di un ex generale sunnita dell’esercito libanese, che curava i connazionali. Mi sono  precipitato con tutta la mia famiglia, i genitori e cinque fratelli. Non prendo un soldo. Sono un volontario. Per fortuna la mia famiglia è  benestante. Abbiamo proprietà in Siria». I responsabili dell’ospedale ci presentano un altro dottore, anche lui di
 Banyas. È un medico generico di 35 anni. Su sua richiesta lo ribattezzeremo Abu Omar, padre di Omar. «Nella mia città – racconta – ci sono due ospedali, il privato al-Ber e quello pubblico. Nel secondo i feriti sono stati pestati a morte e torturati piantando gli aghi delle siringhe nel corpo».
 Il dottore non riesce a dimenticare il primo ingresso dell’esercito in città: «Gli arrestati erano tanti che hanno dovuto concentrarli nello  stadio. Quasi tutti poi sono stati liberati, grazie ai miei buoni rapporti  con un alto ufficia le della polizia». Nel 2011 Abu Omar è stato detenuto
 per un giorno.

«Trasportavo i feriti delle manifestazioni con la mia auto»,  spiega. Indica un grande tavolo  sul quale sono accatastate scatole di Tramoliv, un antidolorifico, di antibiotico Amoxicillin, di emostatico Dexamithasone e di atropina. «A giorni alterni li facciamo arrivare a  Damasco e a Homs», spiega. Si avvicina un collega. Sul suo telefonino ci indica il volto di un giovane: «Sono qui da 15 giorni. Abitavo a Homs. Questo è mio fratello. È stato ucciso».