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Prandelli come Bearzot nel ’78, ha peccato d’orgoglio: azzurri sfiniti alla meta

L’Italia di Prandelli lascia l’Europeo col capo chino davanti alle Furie Rosse, riviste per una notte in tutto il loro fulgore. Erano ingannevoli le immagini delle semifinale con il Portogallo, quando una Spagna molle e prevedibile rischiò l’eliminazione. Del Bosque ha giocato al meglio le sue carte europee, da vecchio saggio della panchina. Non ha mai chiesto ai suoi sforzi supplementari o ritmi troppo sostenuti. Ha preteso solo che la porta restasse inviolata (1 solo gol subìto, proprio dall’Italia) e che la Roca macinasse un avversario dopo l’altro, tenendosi il meglio per la finale. Anche i suoi giocatori erano consumati da una stagione densissima, con Barcellona e Real (i maggiori fornitori della Seleccion) sempre in prima linea. Ma Del Bosque ha misurato tutto: ritmi, cambi, turnover. Senza mai rinunciare agli uomini chiave ma consentendo loro di rifiatare nell’arco di un Europeo breve e intenso.

Il Ct spagnolo ha fatto valere l’esperienza che ancora manca a Prandelli, come mancava al Berarzot di Argentina ’78. La sua Italia, bella e e impossibile, si piazzò quarta in un Mundial che avrebbe meritato di vincere, ma quattro anni dopo in Spagna, nonno Enzo fece tesoro di quell’insegnamemto e portò i suoi azzurri in cima al mondo. Prandelli e la sua nazionale ricordano da vicino quell’Italia capace di stupire tutti. Il Ct bresciano ha imposto il verbo del gioco, della manovra ad ogni costo, della supremazia territoriale. Contro Inghilterra e Germania la sua Italia è stata davvero padrona del campo, spendendo tesori di energie per 120 e 90 minuti.

Quelle risorse fisiche, quel dispendio di forze e concentrazione è mancato nella finalissima con la Spagna, a prescindere dal valore riconosciuto dell’avversario. Gli azzurri sono arrivati cotti all’ultimo atto, incapaci di replicare un copione troppo ambizioso contro i campioni del mondo in carica. Un’Italia più fresca e vitale avrebbe almeno tenuto vivo il sogno fino al traguardo. La nazionale di Prandelli, invece, ha pagato a caro prezzo l’ambizione del Ct e la generosità spesa a profusione sul campo.

Eppure il progetto resta valido e la qualità di gioco una chiave per diventare padroni del futuro. A patto che la lezione europea venga presa alla lettera. Per vincere le partite non c’è bisogno di dominarle da un capo all’altro, di aggredire l’avversario in modo sistematico, di spendere ogni stilla di energia. Esiste anche un calcio ”passivo”, fatto di controllo dell’avversario, di presidio degli spazi, di pura demolizione, che non va dimenticato. Si tratta solo di trovare la miscela giusta fra aggressività e controllo, fra calcio ritmato e ritmi più blandi. Sono sicuro che al mondiale brasiliano del 2014 Prandelli avrà capito la lezione e la sua Italia andrà molto lontano.