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La partita perfetta (nonna al volante)

HO SCELTO questo titolo per il post, perché è quasi lo stesso di un film sul baseball che ho visto di recente. Non uno dei più belli, a dire il vero: “La partita perfetta” però somiglia molto, per certi versi, alla storia che sto per raccontarvi. Al cinema, un gruppetto di ragazzini messicani partiva dal paesello per arrivare a giocare le finali nazionali americane e ovviamente vincere (con una no-hit del lanciatore, una partita senza subire battute valide, che appunto nel gergo del baseball si chiama ‘perfect game’).

Nel volley è successo qualcosa di simile, anche se fortunatamente senza apoteosi di retorica finale. Ma la storia merita lo stesso di essere raccontata, a partire dal titolo sotto la quale l’ho trovata sul sito di Usavolleyball, raccontata da Becky Murdy: “Reclutare la nonna per andare ai campionati nazionali juniores”. E’ quello che ha fatto un ragazzo chiamato Jared Uhlir pur di realizzare un’impresa mai riuscita nel suo stato, quello dell’Iowa. In 33 anni di storia dei campionati nazionali juniores americani di volley, non c’era mai stata una squadra maschile dell’Iowa o del Nebraska iscritta alle finali di Dallas. Uhlir si è messo in testa di colmare questa lacuna, ‘a costo di tesserare mia nonna’. A spingerlo era stata la delusione per l’esclusione da un camp di volley a causa dell’età (era troppo vecchio di 17 giorni). Per la rabbia ha contattato la commissioner locale Lynne Updegraff e si è fatto dare tutti i nomi dei ragazzi ‘eleggibili’ per età nella regione. E li ha contattati tutti: “Ho sempre voluto giocare a pallavolo, da quando ho visto mia sorella e le sue amiche farlo a scuola per anni”. A forza di insistere, Jared ha messo insieme altri sette giocatori due giorni prima della scadenza dell’iscrizione. Updegraff si è offerta volontaria per allenare la squadra se avesse ottenuto un posto nel torneo. “Cinque ragazzi li avevo conosciuti in altri camp, uno era anche un vicino di casa. Altri due li ho trovati telefonando”, racconta Jared. Alcuni venivano anche dal Nebraska.

La squadra, chiamata ‘Fire and Ice’, fuoco e ghiaccio, entra all’ultimo momento perché un’altra si ritira. Ma come andare a Dallas? La Updegraff può trasportare solo mezza squadra, con la sua macchina. E qui entra in ballo la nonna, perché nessuno dei genitori degli altri ragazzi poteva muoversi con un preavviso così ridotto. Jared convince la nonna, che si chiama Marge Brungart, a sciropparsi quattordici ore di viaggio alla guida fino a Dallas. Un giocatore arriverà con un giorno di ritardo, gli altri ci sono tutti al via del torneo. “Il primo giorno erano impauriti e nervosi. La prima sconfitta è stata brutale, ma hanno parlato la notte ed erano contenti di aver iniziato”, racconta Michelle Goodall, direttrice federale di zona che ha seguito la squadra a Dallas. Prima del primo match, la squadra si era allenata insieme soltanto una volta, per tre ore. Poi si era messa in viaggio: “Abbiamo insegnato come funzionavano le rotazioni durante le partite _ racconta la Goodall _ sono migliorati set dopo set”. Ammette Austin Haggs, uno dei giocatori, proveniente da Lincoln, Nebraska: “Abbiamo preso molta fiducia”. E il coraggio li ha premiati: alla fine del torneo, la Fire and Ice aveva sette sconfitte, ma anche quattro vittorie.

Finale. “Dalle nostre parti i programmi sportivi di pallavolo esistono solo per le ragazze. Spero che la nostra presenza a questo torneo apra gli occhi anche ai ragazzi, e faccia capire che questo è anche uno sport da uomini”. E da nonne.