Crisi dell’auto, Pavan Bernacchi: basta con i disincentivi
LA CRISI del mercato dell’auto vista dai concessionari italiani. Da quella rete di 32mila aziende e 178mila operatori che ogni giorno si confronta con il pubblico, con la paura e la sfiducia maturate in questi mesi, che hanno visto scivolare i dati di vendita delle auto nuove a livello del 1979. Ne parliamo con Filippo Pavan Bernacchi, presidente di Federauto, l’associazione che raccoglie i concessionari italiani.
Presidente, come si sta in prima linea nella battaglia contro la crisi?
«La nostra peculiarità è quella di rappresentare il cento per cento delle case automobilsitiche straniere e italiane attraverso le nostre 32 mila concessionarie. Sono tutte aziende italiane, che pagano tasse nel nostro Paese e non possono riassestare i loro bilanci fidando su altri mercati, come fanno le grandi case automobilistiche. Il nostro lavoro è così importante da produrre circa il 6% del Pil italiano».
I produttori di auto sono convinti che l’Italia non tornerà mai più al mercato di un tempo, con vendite fino a 2.300.00 unità. Lei che ne pensa?
«C’è stata un’ involuzione indiscutibile del mercato ed è estremamente difficile ritornare su quei livelli. Il nostro settore, come quello dell’edilizia, è strettamente intrecciato all’economia nazionale e questa fase recessiva ci coinvolge in pieno. Dobbiamo abituarci a lavorare su volumi inferiori, ma senza perdere fiducia».
Come giudica la politica del governo Monti in rapporto al mercato dell’auto?
«Se prima c’erano gli incentivi, Monti ha inventato i disincentivi. Lo dico senza polemica ma le decisioni del governo ci hanno dato una vera e propria mazzata. L’Ipt (l’imposta provinciale di trascrizione) è stata aumentata dell’80%, il superbollo ha afflosciato il mercato delle auto sportive e l’aumento di ogni punto dell’Iva fa salire il costo medio dell’automobile di 220 euro. In più mettiamoci le accise sulla benzina e l’aumento dei pedaggi autostradali. Se parlo di disincentivi, ho le mie buone ragioni».
In molti dicono: Stato miope, perché la crisi dell’auto fa mancare preziosi introiti fiscali..
«Se le previsioni di mercato saranno confermate, nel 2012 si venderanno 630 mila auto in meno rispetto a un anno fa. Il che significa che l’Erario incasserà 3 miliardi e 150 milioni di euro in meno rispetto al 2011 e questo autogol non sarà mai compensato dal superbollo nè dalle altre misure fiscali applicate all’auto».
Quali sono le proposte di Federauto per uscire dalla crisi?
«Vorremmo raggiungere un’intesa con il ministero dello Sviluppo Economico. L’obiettivo è un piano triennale per svecchiare il parco auto. In Italia ci sono 14 milioni di veicoli che hanno più di dieci anni di vita, una cifra che è pari a un terzo dell’intero parco circolante. Si tratta di auto molto inquinanti e poco sicure rispetto alle normative di oggi. Noi proponiamo incentivi statali per la rottamazione e l’acquisto di vetture a benzina o diesel a basso impatto ambientale e vantaggi ulteriori per la scelta di auto super ecologiche (elettriche, ibride, gpl, metano). Gli incentivi sarebbero a scalare dal 100% del primo anno all’80% del secondo fino al 70% del terzo anno. Abbiamo stimato che, in presenza di un piano del genere, potremmo vendere 270 mila vetture all’anno e proiettarci verso il 2015 con un mercato in ripresa».
I concessionari si sentono in prima linea, quanti rischiano davvero di dover chiudere le loro aziende per colpa della crisi dell’auto?
«Posso rispondere che dieci anni fa le concessionarie italiane erano 4.300 e oggi sono 3.200 e che nel 2011 il 40% delle nostre aziende ha chiuso in perdita. Se l’economia non riprende a girare, se non arriveranno provvedimenti a sostegno del mercato dell’auto, il 30% delle nostre aziende sarà a rischio».
Anche le grandi case costruttrici possono fare qualcosa per voi?
«I costruttori di auto cercano di imporre le stesse regole ai concessionari di tutto il mondo. In una situazione di crisi così pronunciata, come in Italia, dovrebbero usare regole diverse. Inutile pretendere adeguamenti strutturali di show-room già modernissimi o fare pressione per acquisti di auto in stock, che diventano passività per il rivenditore. Non chiediamo percentuali più alte ma che le risorse attuali siano destinate a razionalizzare la distribuzione».