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Una, dieci, cento marce dell’orgoglio dei tifosi contro i ladri di sogni

L’ultimo post del 2011 è dedicato ai tifosi dell’Atalanta per il 2012, ma vale per tutti i tifosi di qualunque altro club che abbiano conosciuto o stiano conoscendo il tempo della passione tradita, dei voltagabbana, del dolore per ciò che sta accadendo alla squadra del cuore.

 Sottoposti ogni giorno al bombardamento di notizie, confessioni, congetture, illazioni che scaturiscono dal verminaio di Scommessopoli, i sostenitori della Dea si stringono attorno a Percassi, a Colantuono e i giocatori, sul campo protagonisti di un anno splendido, fuori dal campo annichiliti dalle trame del loro ex Capitano, reo confesso.

Poichè non ci si fa mai abbastanza del male, in questi giorni a Bergamo tiene banco il dibattito su che fare con Doni. Quello che giurava e spergiurava sulla sua innocenza, che ha già procurato 6 punti di penalizzazione all’Atalanta di cui è stato il simbolo e, se continua a grandinare come sta grandinando, sarà grasso che cola se non ne arriveranno altri entro la fine dell’inverno, quando Palazzi avrà finito il suo lavoro.

In un impeto ghigliottinaro, L’Eco di Bergamo, storico giornale locale, ha proposto di bruciare la maglia n.27 e n.72, indossate da Doni  durante i suoi anni nerazzurri. Un gesto di fiammante dissociazione dall’uomo e dal giocatore. Con rispetto parlando per chi l’ha proposto, un’iniziativa totalmente inutile.

In un calcio marcio che, oltre alle bandiere si è venduto pure i pennoni, per un tifoso bruciare una maglia è come bruciare un libro: un autentico delitto, un oltraggio al patrimonio di storia e di tradizione di un club a nome Bergamasca Calcio i cui 104 anni di storia non possono essere minimamente intaccati da uno sventurato che di questa storia non ha capito mai nulla e questa storia ha calpestato.

Doni si è già bruciato da solo sulla piazza di Bergamo e ora deve vedersela con la sua coscienza: per lui non sarà una bella partita. 

C’è dell’altro, però.

Nel giugno scorso, pochi giorni dopo l’esplosione della prima fase di Scommessopoli, migliaia di tifosi atalantini sfilarono per le vie del centro, inscenando una manifestazione tanto civile quanto pacifica per chiedere rispetto nei confronti di una squadra, di una tifoseria, di una città infilati nel tritacarne senza colpo ferire.

Per opporsi ad un linciaggio mediatico che aveva individuato nell’Atalanta una centrale del malaffare da sbattere in Lega Pro. 

Anche per difendere Doni il quale, all’epoca, sembrava innocente come un’educanda.  E tale doveva essere considerato, in ossequio alla presunzione d’innocenza costituzionalmente garantita a chiunque e all’assoluta mancanza di prove a suo carico, confermata anche dalle motivazioni della sentenza sportiva di secondo grado che pure gli confermò i tre anni e sei mesi di squalifica.

Sei mesi dopo la Marcia dell’Orgoglio Atalantino, Doni è stato arrestato e ha confessato le sue colpe, piombando i propri sostenitori in uno stato di choc dal quale tuttora faticano ad uscire. 

Non ci crederete, ma in questi giorni, a Bergamo è esploso anche il dibattito se sia stato giusto o no fare quella marcia, alla luce degli ultimi sviluppi dell’inchiesta. E, siccome, gli opportunisti e i quaquaraquà sono come le scommesse del clan di Singapore, non finiscono mai, ecco che sui siti, nei blog, sulle tv, alle radio, sono spuntati i marciatori pentiti, quelli che ripetono “io l’avevo detto”, altri che si dissociano con un semestre di ritardo, altri ancora che sbertucciano i tifosi tacciandoli di ingenuità, imperdonabile fideismo doniano, mal riposto candore degno di miglior causa.

Un campionario di ipocrisia e di pseudomoralismo bigotto che farebbe ridere se non facesse piangere.

Contro i miasmi della fogna a cielo aperto scoperchiata dai magistrati di Cremona, resiste solo la passione dei veri tifosi che non fanno calcoli di bottega e, vivaddio, si schierano senza se e senza ma, con la loro squadra e con la loro società. Poichè quella sera in Piazza Matteotti io c’ero, come giornalista e come atalantino, e ho visto, ho sentito, ho capito lo spirito di quella iniziativa, ora voglio dire: una, dieci, cento marce dell’orgoglio dei tifosi contro i ladri dei loro sogni. E contro i farisei che non conoscono cosa siano i sentimenti puri di chi ancora sentimenti puri ha. 

 

Xavier Jacobelli

Direttore www.quotidiano.net