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Il rischio di “qaidizzare” la Siria

Era già successo nel 1993 in Somalia. L’immaginario di onnipotenza di Al Qaeda si ripete. Ora a rischio è la Siria. L’obiettivo è quello di “qaidizzare” il paese di Assad.

Si aggirano armati e a volto coperto, con in mano delle bandiere nere. Non tutti i miliziani dell’Esercito libero siriano (Els) sono come loro, vestiti come loro. O almeno, l’Esercito libero siriano non era nato in questo modo. A quanto pare durante le rivolte, gli estremisti islamici sono diventati una componente sempre più pericolosa del braccio armato dei ribelli, destando non poche preoccupazioni.

A temerli, mentre nella capitale Damasco e nella metropoli Aleppo infuriano i combattimenti per arrivare alla battaglia finale, non è più soltanto il regime di Bashar al Assad ma tutta la comunità internazionale. Il terrorismo si alimenta in questo modo. Dal primo tentativo di jihad verso la Bosnia musulmana contro i serbi e croati, poi jihad verso la Cecenia contro i russi ortodossi, poi jihad verso l’Iraq e ora la Siria.

Comincia così tutto il reclutamento e la sperimentazione sul terreno. I campi di addestramento di Al Qaeda in Afghanistan e in Iraq riacquistano importanza. Si sapeva che nel momento in cui la guerra fosse arrivata a toccare Damasco, Bashar al Assad avrebbe avuto non pochi grattacapi. Il rischio è quello di fare la fine di alcuni suoi predecessori come Mubarak o Gheddafi. Intanto nella confusione della guerra civile e nella profonda crisi umanitaria generatasi,  ne approfitta l’organizzazione terroristica che aumenta i suoi adepti puntando al jihad globale, progetto mai portato a termine dell’ex leader Bin Laden. Dal jihad di difesa contro l’aggressore al jihad  offensivo e globale finanziato dalla “holding del terrore”.