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Caro Schwazer, sapesse che cosa si è perso

Passano le ore, ma lo choc per Schwazer è difficile da superare. L’amarezza di mescola allo sconcerto, l’ira alla delusione, la rabbia alla voglia di capire che cosa diavolo sia passato per la testa dell’Eroe di Pechino, che s’è venduto l’anima al doping per essere il più forte anche a Londra.

Un Signore che duemila anni fa non si occupava nè di epo né di Olimpiadi, avendo cose ben più importanti da fare, raccomandava sempre: non giudicare se non vuoi essere giudicato. Schwazer ha 28 anni, è maggiorenne e vaccinato, sapeva quello che faceva e, almeno, ha avuto il buon gusto di ammetterlo, senza se e senza ma, senza accampare alibi o cercare scuse.

D’ora in poi, il campione di Olimpia – perchè chi ha vinto ai Giochi tale rimane per sempre, anche nell’ignominia – avrà diverso tempo a disposizione per riflettere su ciò che ha fatto e non doveva fare.
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Noi, semplicemente, vorremmo dirgli che non sa o non ha capito ancora che cosa si è perso, vendendosi al doping.

Caro Schwazer, per prima cosa lei ha perso l’amore di chi adora lo sport, ma non perdona i traditori; la passione, l’entusiasmo, l’ammirazione di noi che ci esaltiamo quando, ad esempio, ascoltiamo la storia di Molmenti dopo averlo visto pagaiare con la forza di un guascone ducatista che s’è venduto la moto per prepararsi ai Giochi. O di Jessica Rossi che, a vent’anni, vince l’oro e per prima cosa pensa ai terremotati dell’Emilia, alla sua gente.

Caro Schwazer, forse gliene importerà poco, ma ha perso anche la strada giusta dove marciare. Quella indicata da Valentina Vezzali, della quale si parlerà anche fra cinquant’anni e non soltanto perchè ha vinto 4 ori in 4 Olimpiadi diverse. Ma perchè è una che non si è mai arresa. Nè al tempo nè al doping nè agli imbrogli e la sua grandezza, la sua feroce volontà, la sua determinazione sono esattamente ciò che vorremmo avere tutti, specie di questi tempi.
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Peccato,caro Schwazer. Non c’è niente di peggio che deludere chi ti stima. Oggi, malauguratamente, ha perso pure quella. Non l’avremmo mai immaginato.
Xavier Jacobelli