Fuga dai fondi
L’agosto della speranza ha riportato i listini di piazza Affari a risalire dal baratro e a galleggiare sulla parità dall’inizio dell’anno, ma solo le prossime sedute potranno confermare la consistenza dei rialzi e svelare le valutazioni di banche e istituzioni finanziarie internazionali, in fuga dall’esposizione in Italia per tutta la primavera e poi ritornate con qualche prudente acquisto.
Sarà importante capire l’umore degli stessi risparmiatori italiani: la loro disaffezione verso la Borsa, in parte congenita, è stata accentuata dalla disillusione per i pessimi risultati dei fondi, che ha portato a un loro progressivo abbandono.
Il recentissimo studio di Mediobanca sui 956 fondi di diritto italiano è impietoso e racconta sette anni di deflusso: 228 miliardi dal 2004 al 2011. Nell’ultimo anno il bilancio tra sottoscrizioni e riscatti è in passivo di 27 miliardi. La recessione colpisce dunque anche l’industria del risparmio gestito che tuttavia ha colpe proprie: secondo Mediobanca, chi ha investito in fondi italiani negli ultimi 28 anni ha perduto una somma pari all’intero capitale se confrontato a quanto avrebbe ottenuto dall’impiego annuale in Bot.
Nel decennio più recente il rendimento medio dei fondi è stato del 7,2% contro il 25,7% dei titoli di Stato a breve. Performance tanto negative da ispirare il cinico commento degli esperti di piazzetta Cuccia: «Sulla base del tasso a rischio zero, il rendimento dei fondi aperti mostra una distruzione di valore pari a 90 miliardi». Pollice verso anche per i fondi pensione aperti, che hanno offerto un rendimento del 27,1% mentre la rivalutazione dei Tfr è salita al 34,8 per cento.
Rese spesso peggiori dei mercati di riferimento: come dire, se i mercati azionari perdono i fondi lasciano sul terreno ancor di più, se i mercati guadagnano, loro aumentano meno.
Nel fuggi fuggi di risparmiatori e istituzionali non può dunque meravigliare se il valore di piazza Affari sia sceso sino a rappresentare solo il 20-25% della ricchezza prodotta dal Paese, con i delisting dei titoli ad incidere molto di più delle Ipo: una ferita non indifferente soprattutto per le imprese, costrette a finanziarsi a differenziali di tassi del tutto sfavorevoli rispetto alle concorrenti estere, e una distorsione competitiva per l’intero sistema.