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L’agosto in cui l’euro non morì

Doveva essere l’estate della fine dell’euro. Doveva essere un ferragosto di fuoco per paesi come l’Italia, la Spagna e, ovviamente, la Grecia. Doveva — ad avere ascoltato la stragrande maggioranza di commenti e analisi, con poche eccezioni — l’Armageddon della moneta unica. Bene, non è accaduto nulla di nulla. L’unica previsione rispettata è che tutti quelli che hanno vestito i panni delle Cassandre sono di nuovo in prima fila a spiegare perché non ne hanno azzeccata una. La domanda di fondo, però, regge: perché non è accaduto nulla di quanto previsto?
Difficile dirlo con esattezza e non è escluso che la battaglia sia solo rimandata. Alcuni dati di fatto, però, sono cronaca:

1) il discorso di Draghi — a caldo accolto con forti ribassi — ha fatto da spartiacque e ha innescato un cambio di rotta sui mercati che pare tenere nonostante tutto. Nonostante i falchi tedeschi, nonostante le smentite del tetto antispread. Ma quel discorso era assolutamente chiaro nella sua durezza: la Bce pronta a usare anche armi non convenzionali per difendere l’euro, l’irreversibilità della moneta unica,  la chiamata alla politica affinche si assuma le proprie responsabilità senza sperare che l’Eurotower possa accollarsi compiti che non le spettano.

2) Le riforme in Spagna, la tenacia della Grecia a voler rimanere nell’euro, le riforme in Italia. Partiamo da quest’ultimo punto. Monti ha sempre lamentato che i mercati non avessero ancora accolto il senso delle riforme incardinate e avviate dal suo governo. Forse hanno cominciato a farlo. La battaglia dello spread — va ricordato — è stata fondamentale per allontanre l’Italia dal baratro dove si trovava un anno fa. Fondamentale non solo per l’impatto sui conti pubblici ma per l’effetto indiretto sugli interessi pagati dalle imprese italiane, molto più alti di quanto chiesto ai nostri partner-concorrenti di paesi virtuosi, Germania in testa. Nessuna ipotesi di crescita potrebbe essere credibile senza vincere la battaglia dello spread.

3) Il fronte europeo. A fatica, con costi mostruosamente più alti di quelli che avrebbe comportato un’azione più rapida e tempestiva per salvare la Grecia,  l’Europa sta faticosamente tentando di dare una risposta politica comune. E anche la Germania — che comincia ad annusare aria di frenata della sua economia  — sta facendo faticosamente la propria parte. Almeno nel dire che all’euro non c’è alternativa. Mai come ora la ricostruzione dell’Europa e le soluzioni alla crisi sono strettamente legate. E’ evidente il cambio di passo innescato dalla rottura del tandem Merkel-Sarkozy e il ritorno al minimo sindacale di metodo europeo. E anche in questo Monti ci ha messo lo zampino.

4) La crescita. C’è poco da ironizzare su Monti e Passera che si ostinano a vedere la luce in fondo al tunnel. Un anno fa eravamo decisamente messi peggio. Poi è vero che la crescita non si fa per decreto, ma neanche senza. Vale la pena evidenziare alcuni concetti che si perdono nel rincorrersi dei commenti quotidiani: molte delle riforme varate da Monti sono necessarie da anni. La crisi c’entra fino a un certo punto. Ma, certo, certe misure avrebbero avuto ben altro impatto in anni di crescita e non di recessione. Il governo tecnico ha rimesso un po’ in carreggiata il paese, chi ne eredita la guida dovrà essere all’altezza. 

C’è ne abbastanza per giustificare facili ottimismi, a cominicare dall’apertura di credito di Fitch e Moody’s? Forse no, ma ce n’è abbastanza per smettere di stracciarsi continuamente le vesti. Consapevoli che siamo di fronte ancora a una cambiale in bianco dei mercati. E che l’anticipo di fiducia potrà essere confermato solo dai fatti. Sarà una fine estate ancora calda, ma un po’ di ottimismo non guasta. Senza illusioni.