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Valletta, andata e ritorno

Quando Vittorio Valletta guidava la Fiat passo’ alla storia anche per una frase: quel che va bene alla Fiat va bene all’Italia. Quando Sergio Marchionne prese il volante, in occasione del lancio della nuova Cinquecento passo’ allecronache anche per una frase: quel che va bene all’Italia va bene alla Fiat. Ai tempi, 6-7anni fa, si era in piena luna di miele tra l’uomo col maglioncino blu e un popolo, gli italiani, sempre pronto a salire sul carro dei vincitori quanto a scenderne alle prime difficolta’.  Come quelle che la casa di Torino, non da sola, deve affrontare oggi attraversando l’asfittico mercato dell’auto europeo. Cammino irto di difficolta’ certo amplificate dal fatto che Fiat aveva annunciato un piano da venti miliardi di euro (Fabbrica Italia) dal quale oggi ha fatto retromarcia. A Torino e a Marchionne viene troppo facilmente rimproverato di non avere prodotto nuovi modelli, lui replica che se li avesse fatti la Fiat sarebbe finita probabilmente fuori carreggiata. E che i modelli arriveranno al momento opportuno. E dice anche che è solo grazie al mercato americano – dove con Chrysler le cose vanno – potrà finanziare l’Italia, ferma al palo come il resto d’Europa. Tra veleni e duelli al calor bianco, un punto fermo c’è, forse l’unico: l’Italia non può fare a meno di un’industria dell’auto. Molti, sindacati in testa, dicono che non deve per forza essere Fiat. Fuori dalle polemiche al veleno, resta una domanda: per investire in Italia tutti i costruttori chiederebbero le stesse condizioni ambientali che anche a Fiat piacciono? Probabilmente sì. E sarebbero poi le stesse che fanno la differenza tra un paese che può correre e quello che siamo (pur con le cure di credibilità di Monti). Paradossalmente insomma, quel che va bene alla Fiat andrebbe bene anche all’Italia, come ai tempi di Valletta.