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Noi, costretti ad appestare l’atmosfera

Prima o poi finiremo come Fantozzi. Dovremo zompare giù dal balcone. Piombando sul primo bus che passerà. Sempre che passi. Si intende. Perché, coi tagli ai trasporti, per arrivare puntuali al lavoro o, semplicemente, per tornare a casa, dovremo fare le acrobazie. Che se nel ’75, l’anno di grazia di quel film, facevano solo ridere, oggi fanno piangere. Anche prendere la nostra Bianchina di turno sarà roba da far felpare la lingua. Nell’epoca dell’alienazione fantozziana l’austerity era già acqua (o benzina?) passata. Ma qui altro che austerity: non è solo il capriccio di un emiro a tenerci in cordella, ma sono le accise (termine horribilis che ha l’assonanza con accetta) a tagliarci le gambe. Prezzi alle stelle. E auto che, pur essendo una Focus (nel mio caso), diventano costose come Lamborghini. Eppure, con la castrazione dei mezzi pubblici, siamo diventati i forzati del mezzo meccanico, con tutte le maledizioni che ci manderebbero gli ambientalisti. Se ci scippano treni e bus, dobbiamo incollarci al volante e inquinare come disgraziati. E allora hai voglia insistere con domeniche ecologiche. Non ci resta che piangere. Su un tassametro. Mettersi a sedere in un taxi costa solo a pensarci: 10 euro di mazzata per uno sputo di tragitto, dalla stazione al centro. Insomma, anche oggi, per arrivare puntuale al lavoro, dovrò saltare sul tram. Come il ragionier Fantozzi Ugo.