Le due variabili che spaccano il Pd
L’appello di Berlusconi a Monti è caduto nel giorno in cui i «montiani» del Pd si sono ribellati all’antimontismo di Stefano Fassina. Altro che diversamente montiani come sembrava intendere Bersani sabato scorso, dalle colonne del Foglio il responsabile economico del partito auspica la «rottamazione dell’agenda Monti». Punto e basta. Qualora Bersani vinca le primarie, potrebbe dunque paventarsi lo scenario ipotizzato in caso di vittoria di Renzi: una scissione del Pd. Ad andarsene non sarebbero gli ex diessini più “di sinistra” ma gli ex popolari e forse qualche veltroniano più “di destra”. Coloro che ritengono l’alleanza con Vendola sotto il cappello della Cgil un film già visto e senza lieto fine. Si tratta naturalmente di uno scenario ipotetico. Doppiamente ipotetico: bisogna che Berlusconi si eclissi e il fronte dei moderati si riunisca (e non sarà facile); bisogna che Monti rimanga popolare (e non è scontato). Ma è a questo che allude chi vuole che la prossima sia una «legislatura costituente». Che, cioè, riscriva la seconda parte della Costituzione per dare maggior forza ai governi e ridisegni il sistema politico per rendere più omogenei i due poli. In entrambi i casi, il modello è europeo: le grandi democrazie governanti come Francia o Regno Unito, e le due famiglie popolare e socialdemocratica che si contendono l’europarlamento.