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Soundgarden, Courtney Love: a volte ritornano. Purtroppo

E’  successo, succede e succederà. Quando le luci della ribalta si spengono, è dura farle riaccendere. Non bastano nemmeno le lampadine a led per evitare che si fulmino. E allora ci si ingegna. Reunion, progetti nuovi e qualsiasi cosa che riesca a strappare almeno uno straccio di intervista o di comparsata tv. Seattle, intesa come capitale del grunge, non fa eccezione. C’è chi vive di rendita lì, dagli anni ruggenti del grunge. A Seattle c’erano i Nirvana, ma non avevano il deserto intorno: Soundgarden, Alice in Chains, Pearl Jam e anche la moglie di Kurt Cobain, Courtney Love, che ha provato a fare qualcosa per sdoganarsi dallo scomodo ruolo di consorte del re del grunge. E leggendo i giornali di questi giorni, si resta quasi di sasso, vedendo i titoli sul ritorno dei Soundgarden sulla scena e dell’idea di Courtney Love di fare un film su Cobain dopo che aveva storto il naso di fronte a quello di Gus Van Sant (“Last days”) che si ispirava agli ultimi giorni del leader dei Niverna (trovato morto nel 1994 nel suo cottage). I Soundgarden rilanciano con la reunion. Ok, non c’è niente di male a riprovarci. Ma con quali idee? Era difficile già, negli anni Novanta, a vivere all’ombra di Cobain (provatelo a chiedere in una confessione a sua moglie), figuriamoci ora che Kurt è morto, il grunge e i Nirvana non esistono più. Purtroppo i Soundgarden – personalissimo giudizio – non sono mai riusciti ad affrancarsi dall’essere un po’ il lato B di quel movimento e dei Nirvana. Lato B inteso non come parte anatomica (precisazione doverosa, viste le ultime abitudini linguistiche). In quei formidabili anni novanta c’erano anche i Pearl Jam e gli Alice in Chains. Ma nessuno delle due band reggeva il moccolo ai Nirvana. Anzi, il gruppo di Eddie Vedder dopo i primi dischi aveva già decisamente virato verso un cantautorato con venature folk sulla scia dei grandi d’America, a cominciare da Neil Young con cui avrebbero poi duettato in maniera magnifica. E gli Alice in Chains con la melodia al potere avevano tracciato la loro strada.  Ma dopo la morte di Staley Layne, il leader scomparso nel 2002,  anche per loro niente è stato più come prima. E anche il tentativo di reunion non ha dato gli effetti sperati (anche se pare che quello che rimane degli Alice in Chains stia lavorando a un nuovo disco). Infine, Courtney Love. La storia del rock non la ricorderà mai come la Marianne Faithfull del grunge. Ha provato a ritagliarsi il suo spazio. Ma delle Hole si ricordano più che altro le collaborazioni (mai troppo riuscite) con Billy Corgan degli Smashing Pumpkins. Chi considera un pezzo del gruppo della Love (scioltosi nel 2002 e tornato otto anni dopo) come imprenscidibile, buono per essere infilato in qualsiasi classifica a proprio uso e consumo, alzi la mano? Qualche mano alzata? Può darsi. Ma il ritorno di Courtney sembra proprio quel “territorial pissing” che serve solamente a  delimitare il proprio confine, per riaccendere i riflettori sulla fine di suo marito (l’ombra di Cobain non l’ha mai abbandonata). Una fine venata di misteri, su cui si sono avanzate decine di ipotesi e che (forse) non avrà mai una spiegazione. Se non quella più scontata, al netto della tradizionale dietrologia da misteri del rock. E allora parafrasando sopra questa frase (e senza nessun intento macabro): forse per qualcuno è davvero meglio spegnersi lentamente (e qui si parla solo delle luci della ribalta) che bruciarsi. Ancora una volta.