Un election day nell’illusione di fermare la storia
I segnali, allora, c’erano già tutti: Stati Uniti e Vaticano cominciavano a sganciarsi dal pentapartito, si affermavano forze politiche decisamente antisistema (alle amministrative dell’anno prima la Lega aveva toccato il 20%), i sondaggi d’opinione mostravano in embrione un’allarmante voglia di pulizia e novità. Mani pulite doveva ancora cominciare. Anticipare le elezioni alla primavera del 1991 era l’unica speranza che il ‘vecchio’ sistema partitocratico aveva per salvarsi. Fu stretto un accordo. Subito tradito. Da Andreotti, convinto che se la legislatura fosse proseguita sarebbe stato eletto al Quirinale. E da Craxi, convinto da Andreotti ad evitare l’«avventura» elettorale. «Così io sarò presidente della repubblica e tu presidente del consiglio», gli disse. Errore fatale. Di lì a poco la Prima republica crollerà seppellendo per sempre i suoi lungimiranti protagonisti. E’ questo lo spettro che agita i sonni dei leader politici odierni. E’ questa la ragione per cui vorrebbero anticipare le elezioni politiche a febbraio e soprattutto votare contestualmente per il rinnovo delle regioni Lazio, Lombardia e Molise. L’esito delle elezioni siciliane non ha svelato nulla che non fosse prevedibile, eppure fino a quel momento speravano che i partiti avrebbero tenuto e Grillo non sarebbe andato oltre il 7-8%. Ora Alfano, Casini e Bersani guardano Beppe Grillo e vedono un blob mostruoso destinato a gonfiarsi di elezione in elezione. In Sicilia il Movimento 5Stelle è diventato il primo partito con il 15% dei voti. Si votasse in ordine sparso per le regioni e infine per le politiche, di balzo in balzo ci si aspetta superi il 30. Non solo. In Sicilia, dove si vota con le preferenze (sistema pessimo, ma che trascina alle urne il maggior numero di elettori possibile) e le clientele tradizionalmente contano, più della metà degli elettori è rimasta a casa. Cosa succederà alle politiche, senza preferenze né clientele? E se alla fine votasse il 40% degli aventi diritto, con che faccia e in nome di cosa si potrebbe formare un governo? Spettri, spettri spaventosi. E il Capo dello Stato non aiuta. Non aiuta mai, il capo dello Stato, quando i partiti che lo legittimano vacillano: di istinto si rivolge sempre al popolo. E il popolo oggi vuole che la legge elettorale venga a tutti i costi cambiata. Giorgio Napolitano è stato infatti chiaro. Questo il senso delle sue poche parole di sabato: scordatevi che io possa sciogliere le camere in anticipo accorpando in un ‘election day’ politiche e regionali se non avrete riformato la legge elettorale. Prima si fa la legge elettorale, dunque, poi si ragiona del resto. E il paradosso è che, ad oggi, l’unica riforma vagamente ipotizzabile consiste nel mettere una soglia minima ai voti necessari per far scattare il premio di maggioranza del vecchio Porcellum. Punto e basta. Di «restituire il potere di scelta ai cittadini» come vuole la retorica non sembra aria: ‘il popolo’, dunque, ci rimarrebbe male comunque. Ma se anche si tornasse alle preferenze o per assurdo (magari!) si introducessero i collegi, cambierebbe poco. No, non è come nel 1991. Per i ‘vecchi’ partiti è molto peggio. Stavolta, anticipare le elezioni servirebbe solo ad abbreviarne l’agonia. Quanto all’election day, è probabile che lo ottengano, contenendo così almeno un po’ danni politici comunque ingenti. Molta agitazione per modesti benefici. Del resto, non si può chiedere al condannato di stare fermo in attesa della raffica che fatalmente lo abbatterà.