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Nessuno replica, tutti rettificano

DA TEMPO in Italia la «cultura all’informazione» è stata soppiantata dalla «cultura alla rettifica». Il giornalismo d’inchiesta, che deve fare i conti con un numero limitato di cronisti all’opera sul territorio e di colleghi al desk impegnati nella verifica delle notizie, rischia di finire sepolto dall’introduzione di nuove norme penalizzanti nei confronti di chi continua a credere nel diritto di cronaca e, quindi, in un giornalismo che punti a portare alla luce verità nascoste. Ogni giorno siamo alle prese con richieste di rettifica che un tempo nemmeno troppo lontano sarebbero state semplici repliche, un diritto che i giornali non hanno mai negato e che anzi costituisce uno dei tratti distintivi dell’attività dei quotidiani: coltivare le storie facendole crescere giorno dopo giorno.

I poteri forti non hanno mai digerito questo approccio e oggi si assiste al tentativo di chiudere in modo definitivo la questione. Ma da tempo la cultura alla rettifica ha fatto proseliti e chiunque si senta toccato nel vivo da una testata, non si appella al diritto di replica, ma pretende una rettifica. Un nostro limite è quello di aver sempre lasciato lavorare gli uffici legali, senza tentare un approccio diverso. Niente di più sbagliato, anche alla luce della profonda trasformazione in atto e che vede un numero crescente di lettori intervenire on line sui temi di attualità. In questa stessa pagina proponiamo tre lettere inviate all’indomani di un editoriale dedicato al delitto di un filippino picchiato a morte da tre connazionali ventenni avvenuto in una strada affollata di Milano. Due elementi, in particolare, si evincono da queste missive. La prima è la convinzione che i giornalisti vivano in una torre d’avorio e non facciano parte della società civile. La seconda è che non esistano regole di natura etica e le riprese di un pestaggio abbiano un valore informativo e/o investigativo. Oltre a fermare nuove norme penalizzanti, sarebbe bene riflettere sul ruolo della stampa e dell’informazione in una società che la tecnologia ha trasformato in tempi troppo rapidi.

ugo.cennamo@ilgiorno.net