Crisi Medioriente/Intervista a Raanan Gissin, ex consigliere di Sharon: “Egitto garante di Hamas, così la tregua sarà possibile”.
«RISPETTO a quattro anni fa tutto è cambiato. C’è stata la primavera in alcuni Paesi
musulmani, noi abbiamo imparato a fare le cose molto meglio, in Egitto c’è un altro governo e il mondo arabo, che ha subito mutamenti radicali, è alla ricerca disperata di un nemico che lo unisca. Gaza, o meglio la seconda guerra di Gaza può offrire questa opportunità. Sarebbe meglio chiamarla la prima guerra iraniana fatta per interposto alleato».
. Ora è un apprezzato e consultato analista di network televisivi di tutto il mondo.
Sembra che i bombardamenti si siano intensificati oggi. E’ perché c’è alle viste una tregua?
«Non credo. Il motivo vero è che non abbiamo ancora raggiunto gli obiettivi. Ne abbiamo sostanzialmente due di valore strategico. Uno è cambiare la percezione che gli altri hanno di noi e l’altro è modificare la realtà sul terreno. Se mutiamo la percezione, ripistiniamo la nostra deterrenza».
Faccia un esempio concreto.
«Si dovrebbe arrivare alla situazione che abbiamo con gli Hezbollah libanesi sul confine settentrionale. Naturalmente sono necessarie anche rassicurazioni sul sostegno internazionale. Potrebbero venire dai negoziati a tre con l’Egitto e con gli Stati Uniti. Vogliamo avere la certezza che Gaza non sia più la base avanzata dell’Iran. I nuovi governanti egiziani
hanno con Hamas contatti più diretti di quelli che aveva Mubarak».
Quindi potrebbero essere più efficaci?
«Sì e con loro si può usare la leva degli Stati Uniti. Hanno bisogno dell’aiuto dell’altra sponda dell’Atlantico, debbono dare da mangiare a milioni di persone tutti i giorni e debbono riconquistare il controllo della penisola del Sinai. Insomma l’Egitto può davvero essere il fiduciario o meglio il garante di Hamas».
E nelle prossime ore che cosa accadrà?
«Dobbiamo ancora esaurire tutte le risorse dell’operazione aerea contro Hamas e la Jihad islamica. C’è ancora qualcosa da fare».
Mentre l’invasione di Gaza…
«Il favore del mondo per noi può scemare man mano che cerchiamo di colpire gli obiettivi e di renderli innocui. Finora siamo riusciti a tenere il numero delle vittime a livelli sorprendentemente bassi. Ma poi succede che
Hamas comincia a diffondere le foto delle vittime, per esempio di membri della stessa famiglia uccisi in un solo attacco. Noi non la vogliamo, ma diventa inevitabile quando si entra sempre di più in aree densamente popolate. Lì sono nascosti i missili residui. E’ chiaro che usano le persone come scudi umani trasformandole quotidianamente in ostaggi».
Come potrebbe essere l’operazione di terra?
«Ci sono due ipotesi. La prima è prendere il controllo di tutta Gaza. La seconda è tagliarla fuori dal Sinai. E’ la vecchia storia della strada Philadelphi, il corridoio lungo il confine fra la Strscia e l’Egitto. Noi non volevamo mollarla, ma è entrata nell’accordo del 2004 con gli Stati Uniti e abbiamo dovuto lasciarla. Ora con una eventuale invasione potremmo
tagliarla di nuovo. Potremmo riprenderla e poi affidarla all’Egitto, non all’Autorità palestinese. Così loro avranno la responsabilità di impedire il traffico di armi dal Sinai a Gaza e viceversa. Il Sinai rischia di diventare un altro Afghanistan con l’aiuto, anche finanziario, dell’Iran».
Che cosa rappresenta Gaza oggi?
«E’ diventata un tema non più locale fra i palestinesi e Israele, ma regionale, se non addirittura globale per il mondo musulmano. Che, lo ripeto, è stato cambiato dalla primavera araba. Ci sono generazioni di giovani senza speranza e senza lavoro per i quali la Striscia è un simbolo di sfida e di resistenza. Questo rende le cose più difficili, ma l’Egitto ha
di nuovo la volontà di guidare il mondo arabo e vuole resuscitare la sua economia».