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Renzi, Bersani e il preconcetto degli elettori

Oltre sei milioni e mezzo di telespettatori hanno assistito al confronto tra Bersani e Renzi. Il doppio degli elettori di domenica scorsa alle primarie, la metà di quelli che seguirono l’ultimo confronto televisivo tra Berlusconi e Prodi nel 2006. I conti, dunque, tornano: i potenziali elettori della sinistra, oltre a diversi ‘infiltrati’ di destra in preda alla disperazione, si interessano al ballottaggio. Il punto, allora, è: quanti modificheranno il voto espresso la scorsa domenica? E quanti tra i telespettatori che hanno disertato il primo turno delle primarie saranno incoraggiati a votare al secondo? Probabile che, nonostante gli assurdi vincoli burocratici su cui infuria la polemica, l’affluenza della prossima domenica si riveli superiore a quella di domenica scorsa. I renziani ci sperano, poiché danno per scontato che chi il 25 è rimasto a casa non sia un militante ortodosso ma uno spirito libero: non un bersaniano, ma un potenziale renziano. Danno anche per scontato che la maggior parte di quei 600mila elettori che hanno votato Vendola, Puppato, o Tabacci convergeranno su Bersani o si asterranno. Quanto al primo interrogativo, c’è poco da illudersi: difficile che a cambiare opinione siano in molti. In linea generale, infatti, niente è più innaturale per un essere umano del modificare i propri convincimenti. Tanto più che illustri neuroscienziati ci hanno da tempo spiegato quanto la scelta politica sia irrazionale e in che misura la mente umana rifiuti di vedere le virtù del proprio avversario così come i vizi del proprio beniamino. Il contrario, invece, balza sempre agli occhi. Il fatto, dunque, che Renzi sia stato indiscutibilmente più efficace di Bersani conta e conterà poco. Anche perché colpi di scena non ce ne sono stati. Il grintoso liberaldemocratico Renzi è stato più renziano del solito, il rassicurante socialdemocratico Bersani più bersaniano. Ciascuno ha estremizzato quel che di lui già si conosceva, sia nello stile sia nei contenuti. Nessuna sorpresa per il telespettatore, nessuno choc. Si confermano i pregiudizi, si continua a vedere quel che si vuole. Se, infatti, la politica fosse cosa razionale, non ci sarebbe partita: votare Renzi, domenica, è l’unico modo per esser certi che il Pd e i suoi alleati vinceranno le elezioni, governeranno e a palazzo Chigi non tornerà in punta di piedi un Mario Monti. Ma questo non conta, probabilmente. Probabilmente conta altro: vecchie identità e nuove paure.